Tecnica e fotografia creativa.Neuland PARAGUAY,

Neuland, Paraguay. Tecnica e fotografia creativa.
Questa fotografia è una sintesi di tecnica e fotografia creativa. Cercando un’immagine diversa per rendere più spettacolare un momento ordinario.

L’ho scattata durante gli  unici dieci minuti di sole diretto nei tre giorni trascorsi a Neuland. La più nuova delle tre comunità mennonite del Paraguay occidentale. 

Intrapresi quel viaggio per raccontare attraverso la fotografia la storia di un popolo errante formatosi ai tempi dello scisma luterano, perseguitato dalla chiesa cattolica e costretto a continue migrazioni.  I mennoniti.

Un popolo che in Paraguay era giunto fra gli anni venti e quaranta del novecento. Attraverso la fede, la cooperazione ed il lavoro aveva creato una civiltà in pieno Chaco.

Serbo un bel ricordo di quei giorni fra mandriani che parlavano con più facilità il tedesco che lo spagnolo

Stavo rientrando all’albergo quando mi accorsi che dalle nuvole era apparso il sole ma erano  ultimi minuti prima di tramontare.

Praticando la fotografia da sempre, essendo, già a quei tempi, fotografo professionista da oltre vent’anni,

ho ben chiaro il concetto che la tecnica fotografica, seppur padroneggiata, non porta da sola a buoni risultati. 

La fotografia digitale ha reso meno problematiche un sacco di situazioni. Basti solo pensare agli Iso direttamente dentro alla fotocamera.

Ma una buona luce, specie quella diretta, aiuta una composizione, la rende più plastica. 

E’ sempre tutto relativo, ma in un contesto di storytelling documentario la luce diretta è sempre la benvenuta.

Nei tre giorni di Neuland, la comunità più nuova, fondata nel 1947 il cielo era perennemente bianco come un chai latte. Nessuna  minaccia di pioggia ma faceva freddo. 

Quando si lavora su quel tipo di storytelling, quando si fa un fotoreportage di quel genere, c’è sempre da incontrare molte persone. Il ritratto della vecchia colona o del giovane mandriano si può fare anche in interni. Se ne visitano molti di interni.

Ma quella storia era in mezzo alla campagna, fra buoi di razza Brahman e campi di arachidi. Inoltre in qualsiasi reportage fotografico va illustrato il contesto dove si svolge. Come diceva uno dei miei maestri: “non puoi raccontare il Carnevale di Rio da dentro un club privato”. 

Avevo poco tempo, il sole sarebbe tramontato rapidamente. Se le nuvole si fossero diradate sarebbe seguita quella blue hour che piace tanto.
Ma osservando il cielo era estremamente chiaro che ci sarebbe stata solo quella finestrella di luce diretta.

Decisi di immortalare la vita quotidiana di quell’avamposto di civiltà nel deserto del Chaco. Mii misi su un crocevia verso l’aperta campagna.

Mi ero reso conto che gli indigeni, terminata la giornata in una delle tante industrie di trasformazione alimentari presenti, stavano rientrando alle proprie abitazioni guidando vecchie biciclette. 

La società creata dai mennoniti è estremamente pacifica e tollerante, ma non notai evidenze di contaminazione reciproca. I discendenti dei coloni canadesi e russi stavano nelle loro belle farm ordinate quasi fossero dell’altro emisfero. I Guarani, gli indigeni locali, in altri luoghi, un po’ più isolati. 

Il crocevia mi favoriva qualche scatto interessante, quelle persone si fermavano allo stop e se ne ripartivano, spesso in due su bici scassate. 
La composizione di per se era perfetta, ambiente naturale, gente del luogo, luce del lampione, in più l’Internazionale segnale stradale.

Vita semplice in economia modesta, visto che l’auto è uno status symbol planetario e loro non l’avevano.

Ma a livello di tecnica fotografica c’era qualche problemino. Le mie prime Nikon digitali, che avevo all’epoca, non andavano oltre gli 800 Iso senza creare problemi di rumore.
Io avevo un Nikkor 12-24 f 4, la qualità delle lenti Nikon non me lo può far definire buio ma ero comunque penalizzato di un diaframma. 

Ricordo che usai il flash esterno, il vecchio Nikon Sb800, ma stiamo parlando del 2007 e la tecnologia digitale non era così “smarty” come adesso. Non avevo i triggers.

Inoltre volevo la composizione che fa dire “wow”. La foto bella è quella che lo provoca ancor prima di ogni ragionamento  logico
Mi decisi ed usai i tempi lenti a mano libera. La fotografia digitale è più leggera 
La regola che ti dice stai fermo appoggia i gomiti alle costole e trattieni il respiro mentre scatti vale sempre. Ma ad 1/3 di secondo in fotografia analogica dubito che avrei ottenuto lo stesso risultato, in digitale il movimento della tendina è molto ridotto, infatti.  

In molti mi hanno chiesto se questa foto fosse stata  trattata con Photoshop. No, i colori sono realmente cosi forti e il verde violento in  primo piano è semplicemente dovuto ad uno squilibrio di temperatura di colore fra la fluorescenza vecchio stile dell’illuminazione pubblica e la luce naturale. 

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