Ritratto di famiglia

Famigliola a Pamparomas : oltrepassare le immagini stereotipate

Uno scatto semplice e un po’ di confidenza col soggetto per non far sempre quella foto che tutti si aspettano di vedere. In altre parole oltrepassare le immagini stereotipate

Per un fotografo professionista è fondamentale oggigiorno cercare di andare oltre le convenzioni visive.

“C’è troppa concorrenza” sembra non si possa più dire. Non è totalmente appropriato, ci sono milioni di immagini che girano e a prezzi stracciati. Se uno non personalizza è penalizzato. 

Se la fotografia digitale ha risolto un bel po’ di problemi tecnici, ha anche aperto la strada al neofita che, con una reflex o uno smartphone  riesce a produrre immagini tecnicamente passabili che però son vista e riviste. Talvolta questa figura, se un po’ dentro al mondo della fotografia,  invece di ispirarsi ad un autore cerca di imitarlo. 

Ho frequentato il centro di Cuzco (Perù) almeno per dieci anni. C’era già la mia prima volta, probabilmente ci sarà ancora, una schiera di signore in abito tradizionale con lama al seguito o agnellini vestiti a festa. 

Il look è lo stesso che si trova nelle campagne del Valle Sagrado e lungo tutte le Ande. Mai e poi mai ho visto agnellini vestiti come cagnolini da salotto o lama tenuti a guinzaglio come levrieri. Quelle signore sono li per alzare un po’ di soldi facendosi fotografare. Ill fatto che per dieci anni ci siano state significa che

In giro ci sono centinaia di foto di contadine tipiche peruviane tendenzialmente false. Lo stereotipo è un brutto male.

Ricordo un battibecco su una rete sociale con una non fotografa indignata perché un ragazzino apparentemente molto piccolo, africano e nudo stava accovacciato sulla nuda terra. Per lei quell’immagine era “fame nel mondo”, Non era da escludersi ma non essendoci alcun altro riferimento visivo poteva anche essere altro . Ad esempio poteva star giocando o  dormendo, in un tranquillo villaggio. 

Al non addetto ai lavori basta poco per emozionarsi: Un’immagine è forte oppure corrispondente a quel che ha già in testa. Fatto

Il campesino delle Ande, ad esempio, lo si pensa vestito miserevolmente, accigliato, un po’ schivo. Oppure lo si crede in abiti tipici, perennemente col chullo in testa e il poncho addosso. Se ha una moglie accanto vale la stessa logica, deve portare un agnellino agghindato come non esiste nella realtà.

Ho sempre apprezzato il lavoro delle O.N.G, la cooperazione allo sviluppo è un investimento sul progresso

Certo non esiste l’isola felice, in tutta la mia frequentazione sudamericana mi sono imbattuto in progetti totalmente inutili che servivano esclusivamente a mantenere la struttura della Onlus stessa. Mi son trovato a richieste assurde o affermazioni stupide capaci di spoetizzare qualsiasi idealità da parte di “capo-progetto” o “desk” che appoggiavano il mio reportage. 

Però se una ONG ti ingaggia per illustrare un progetto in cui c’è da ritrarre gente perché in Europa si veda come si vive sulle Ande, perché i finanziatori vedano i progressi dei lavori fatti, perché sia questi ultimi che eventuali altri soggetti facciano donazioni…Welcome !!!

Pamparomàs è nella regione Ancash. In una zona montagnosa tecnicamente detta costiera poiché è il versante andino che guarda il mare. Vi era in corso un complesso progetto di sviluppo gestito da una ONG italiana. C’era da fotografare una campagna di educazione alimentare, una di sviluppo agricolo, una sull’artigianato della lana di alpaca.

Bisognava illustrare la vita contadina perché, pur essendo ritenuta utopica da parte della O.N.G stessa, la controparte locale voleva investire su una sorta di turismo in fattoria. Come avrebbe dovuto essere l’agriturismo in Italia, quando uscì la legge. 

Era lavoro facile, l’O.N.G organizzava gli incontri, ci metteva il veicolo. A me  spettava la tecnica e ovviamente il taglio delle immagini. Il forte sole delle Ande fu uno splendido alleato.

Questa famiglia viveva in un “caserio” abbastanza fuori paese. Lui tesseva al telaio tradizionale, usando strumenti tutti in legno. La cucina era di quelle tipiche andine, al chiuso e senza sfiatatoio. Erano belle persone, inoltre da quelle parti la gente è abituata a mettersi in posa nelle occasioni serie.

Dopo ritratti individuali dissi alla madre di rimanere cosi discinta, decisi di metterli seduti insieme, come avevo fatto altre volte. 

Però volli personalizzare, cercando di oltrepassare le immagini stereotipate.

Una tecnica che usavo fotografando i gruppi classe.

Coinvolgere il soggetto in un vortice di attenzione, staticità, adducendo scuse banali come il rischio di mosso indi sparigliar le carte facendo una battuta per far scoppiare la risata. 

Ignoro  se questa foto sia mai stata usata. La responsabile paese di quella ONG me la accettò come tutte le altre presentate. 

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