La danza de tijeras

La danza de tijeras
La “danza de tijeras”, danza delle forbici, è una singolare tradizione delle ande centrali peruviane, è un ballo che diviene sfida di bravura e di coraggio che culmina in prove rasentanti il fachirismo. Un rituale che non ha uguali lungo tutta la catena andina
© Federico Tovoli Photojournalist

Nei paesi andini la forte identità culturale  è palpabile. Sulla catena montuosa che percorre tutto il Sudamerica, finché la densità di popolazione non è scarsa , cioè fino agli inizi della Patagonia, tale identità  si manifesta con l’abbigliamento, la lingua, l’artigianato e le feste e manifestazioni tradizionali. 

Il poter veder tutto questo semplicemente visitando Cuzco, Pasto o Oruro ha una ragione legata alla storia dellla colonizzazione . 

Dal confine di Tijuana fino a Villazon  è andata diversamente.

Più a nord, Canada e USA. Più a sud , Cile, Argentina e Uruguay. I nativi sono stati sottomessi con la forza in un chiarissimo tentativo di annientamento. 

Le guerre indiane a nord sono state  narrate con chilometri di pellicola. In Argentina la nazionalizzazione  della Patagonia è nota come “conquista del deserto“. Una storia simile a quella degli USA col destino manifesto. In Uruguay i nativi vennero massacrati, il Cile non ha ancora totalmente risolto la questione Mapuche

Tralasciando Caraibi, Guayane e Brasile, decisamente altre storie, possiamo dire che la parte centrale del subcontinente abbia seguito un processo integrativo diverso. 

La Conquista a nome dei re di Spagna non è stata un annientamento dell’avversario, seppur soggiogato.

Se i nativi del nordamericani e quelli a sud del Gran Chaco erano tribù nomadi, Aztechi , Maya ed Inca, governavano imperi.

Quel che si tentò fu un divide et impera. Col miraggio di un oro di cui la corona spagnola aveva un disperato bisogno. Pizzarro si inserì in una lotta di potere fra fratelli. Sbaragliò l’intero impero Inca che si contendevano. Ma in qualche maniera mantenne integri i privilegi nobiliari. Il primo intellettuale del Sudamerica è l’Inca Garcilaso de la Vega nobile meticcio.

Queste radici storiche sono la ragione dell’identità culturale mai morta, seppur tenuta in scarsa considerazione almeno fino all’epoca moderna. Se sopra a Tijuana e sotto a Villazòn la maggior parte delle persone non è indigena, nel “cuscinetto” è l’opposto. I secoli hanno portato ad un meticciamento e l’era moderna ha generato un progressivo riconoscere l’identità culturale autoctona. Ecuador e Peru riconoscono il Quechua come lingua ufficiale, il peru anche l’Aymara. La Bolivia riconosce ben 22 lingue ufficiali !!!

Nell’immaginario collettivo, alimentato da documentari edulcorati, immagini promozionali, fotografie delle “señoras” che a Cuzco posano per mance.. L’andino, semplificato peruviano, è visualizzato con poncho, chullo e charango che con un lama gironzola  verso Macchu Picchu.
© Federico Tovoli Photojournalist

recandosi in zona , fra Colombia meridionale e nord Argentino ci si rende conto è uno stereotipo ma non del tutto. Il nativo vestito abbastanza cosi vive in zone rurali isolate usando il lama come in Europa si usava il mulo. 

Ma non sta quasi mai chiuso in casa. Nei centri grossi delle Ande  s’è un po’ globalizzato, solo la donna veste l’abito tradizionale come abbigliamento giornaliero.

La venditrice di muña che dal villaggio scende al mercato  di Pisac per vendere ai turisti non veste l’abito tradizionale perché promozione turistica. Lo fa perché quello è ciò in cui si sente a suo agio, visto che si è sempre vestita così. In altre parole quello che siamo abituati a pensare abito tradizionale è il vestito di tutti i giorni. Per le feste si indossa qualcosa di più elegante ma nello stesso stile. 

Il poncho non è più così diffuso. Il villaggio globale mischiato al progresso che dappertutto c’è ( il tempo non si ferma malgrado certi documentari pomeridiani in Tv affermino il contrario) hanno ridotto ai minimi termini i suonatori di charango.

Più facile vedere orchestre di ottoni o gruppi elettrici che suonano rock andino, o folk rock o altre declinazioni commerciali…ma i motivi son sempre quelli andini,  anche in questo modo si afferma l’identità culturale davanti al cambiamento dei tempi. 

Una delle manifestazioni più diffuse e frequenti dell’identità culturale è la fiesta. L’intero arco dell’anno è costellato di ricorrenze la cui celebrazione implica sfilate in costume, balli tradizionali, musica. C’è quasi sempre una motivazione cattolica, religione importata e più diffusa nella zona rurale, personalizzata dagli andini. 

Frequentando per una decina d’anni questa parte di mondo sono arrivato alla conclusione che questo tipo di eventi si somiglia lungo tutta la Cordigliera. Musica, costumi, dinamiche, strumenti, personaggi; dal sud della Colombia al nord argentino è un po’ sempre la stessa cosa. 

Le uniche due manifestazioni abbastanza diverse sono il San Roque di Tarija  e la danza de tijeras, tipica dell’area andina centrale peruviana. 
© Federico Tovoli Photojournalist

Se il primo è una ricorrenza annuale boliviana, la danza de tijeras è un qualcosa di singolare legato a ricorrenze private e pubbliche alcune più tradizionali di altre. 

Solo i danzaq, (cosi si chiamano i ballerini e vedremo perché sono una sorta di eletti) la ballano. Tengono nella destra e non lasciandole mai un paio di grosse cesoie appositamente forgiate all’uso. Hanno i  segmenti indipendenti e vengono sorrette come si è soliti fare con le bacchette da cibo asiatico. In questo modo agitandole producono un suono metallico mai monotono e a suo modo inquietante. 

Il costume è totalmente diverso da tutti gli altri sulle Ande. Lo caratterizza un copricapo molto vistoso, che copre metà del viso per dare più mistero. Portano un paio di scarpe da ginnastica di quelle basse, come le vecchie Superga. Nel vistosissimo ricamo hanno scritto un soprannome.  

Quasi come i numeri dei calciatori, chi danza non è un qualsiasi Raul Montoya o Jimmy Quispe. La danza de Tijeras la balla Lucerito o Pachal Cachi, nicknames alter ego o…forse, spiriti in loro. Sono nella vita taxisti, minatori, cuochi, muratori, campesinos ma depositari di quell’arte trasmessa da padre in figlio. Vengono tutti dalle regioni Ayacucho, Apurimac e Huancavelica. La zona Chanca  delle Ande peruviane.

C’è chi sostiene che i soprannomi, o meglio i “nomi di battaglia”, siano nomi propri di spiriti protettivi. Cercando documentazione per questo testo non ho trovato grandi riscontri però potrebbe esser vero, visto che…

la danza de tijeras è un fenomeno che rientra appieno nella cosmovisione  andina. Quella ancestrale filosofia di vita dove l’uomo non è al centro dell’universo ma è parte di un tutto vivente che si manifesta attraverso energie invisibili. 

Nella bellissima novella “l’agonia del Rasu-ñiti,” Jose Maria Arguedas , pietra miliare della letteratura peruviana, centra in pieno il tema facendo intervenire quelle forze naturali in cui dominano sole e Wamani, lo spirito della montagna che si presenta in forma di condor. 

© Federico Tovoli Photojournalist

La storia si svolge in uno di quegli abitati delle valli andine che ancor oggi esistono. Case dove sacchi di patate, velli di animali e porcellini d’india stanno nelle stanze dove si mangia e si dorme. Natura agreste dintorno

“Pedro Huancayre, il danzaq Rasu-ñiti, la cui presenza si aspettava e quasi si temeva ed era la luce delle feste di centinaia di villaggi”

Sta per esalare l’ultimo respiro. Decide di farlo danzando, il sole è presente in cielo e che Wamani aleggia su di lui. 

In una minuziosa descrizione dell’ambiente rurale accorrono i suoi vecchi musicisti. Con loro c’è nuovo danzante e allo spirare del Rasu, Wamani passa su quest’ultimo. L’immortalità dello spirito che permea il danzante e tutto il resto, secondo la cosmovisione andina. 
© Federico Tovoli Photojournalist

Nell’incertezza dell’origine della danza si dice da più parti che provenga dai Tusuk Laykas, sacerdoti dell’epoca inca che praticavano l’arte dell’indovinare. 

Rifiutarono la sottomissione al cattolicesimo. Sembra che per evitare le persecuzioni si dovettero nascondere nelle zone più remote delle Ande. Appunto l’area dei Chankas, una popolazione che aveva opposto una fiera resistenza agli Incas che poi li avevano assoggettati.  

Varie fonti continuano spiegando come forse la danza sia una sorta di compromesso. Non riuscendo a sradicare del tutto le pratiche dei Tusuk Laykas i conquistadores promisero loro di cessare la persecuzione a patto che ballassero per le feste religiose cattoliche. 

Vennero però chiamati i Supaypa Wasin Tusuq, ballerini nella casa del diavolo. Una danza che li faceva pensare posseduti dal demonio.

Nel Peru moderno lo sciamanesimo è diffuso sia in città che nelle campagne. Uno dei primi  miei lavori fu su questo tema Uno degli sciamani più noti della Huaringa era l’unico a possedere due automobili nella valle dove non esistevano altre auto private… 

ai ballerini della danza de tijeras è proibito entrare in un luogo sacro con gli abiti ” di scena”, che son sempre benedetti con alcool e foglie di coca prima di ogni performance. 
© Federico Tovoli Photojournalist
In una festa religiosa andina, come in una celebrazione legata all’annata agraria è consueta la loro presenza.

In un Peru degli anni duemila la danza de tijeras è composta da elementi più europei che autoctoni, il gruppo base è composto da danzante, violinista e arpista, gli strumenti sono arrivati con la “conquista”, la parola quechua danzaq deriva da una parola latina, i passi di base sono simili ad alcuni passi europei, alcuni  trovano una similitudine fra il costume del danzante e l’abito del torero. 

Le istituzioni che si occupano di promozione turistica facilmente hanno in cartellone la danza de tijeras, l’immagine del ballerino in azione è spesso presente nel materiale promozionale del paese. Ma fortunatamente c’è molto di più, lontano dallo show light per turisti.

Il gruppo Rock La Sarita, l’unica band “giovane” che si dedichi ad una contaminazione fra generi nel novero dell’identità culturale, ha fra gli attivi anche due danzaq che ballano  sul palco in una patchanka di giri di basso e intermezzi rap nel pezzo Carnaval

Miguel Angel Hernandez antropologo del Ministero della Cultura peruviano, grazie anche a  lui la danza de tijeras è divenuta patrimonio immateriale dell’Umanità, spiega che la danza è un evento di competizione, fra due o  o più ballerini. Specifica che il livello di competizione sale dai passi sempre più complessi  a prove di coraggio e di sangue. 

La mayordomia, clan familiare che si incarica della gestione di una festa nella zona in cui risiede, ingaggia i danzanti scegliendoli fra i vincitori di altre feste. 

La prima volta che li vidi ballare fu al dia de los muertos a Villa Maria del Triumfo. 

Come in Messico anche in Peru il giorno dei morti si celebra facendo festa sulle tombe, tenendo cioè compagnia ai defunti  con quel che più piaceva loro. 

© Federico Tovoli Photojournalist

Nella vallata in cui abusivamente s’è venuto a creare un immenso cimitero, gli andini residenti a Lima, tutti i poveri immigrati che vivono nell’enorme zona popolare della periferia della capitale, celebrano una festa enorme coi propri defunti . A chi piacevano tanto i Danzantes gliene portano uno o due.

Li vidi piroettare fra i corridoi irregolari fra una tomba e l’altra, c’era qualcosa di strano, di solenne, di meno festoso di altri gruppi che si esibivano. 

Lima è una metropoli di quasi dieci milioni di persone composta da settori praticamente divisi fra di loro. E’ la capitale di un paese dove non esiste il razzismo, almeno

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