I bimbi di Vientiane LAOS

I bimbi di Vientiane (Laos), lunghezza focale e voglia di giocare. Usare un teleobiettivo fu determinante nella riuscita di questa immagine apparentemente facile

Nel dicembre 1997 nella periferia di Vientiane, lungo il Mekong. I miei reportages di quell’epoca erano molto più fotografia di viaggio che racconto documentario, la fotografia digitale era di là da venire e il viaggio in luoghi lontani, specie in quelli in “via di sviluppo”, era sinonimo di scarrozzarsi nel bagaglio una cinquantina, sessanta rullini di diapositiva, ovvero una decina di chilogrammi in uno spazio corrispondente ad un quinto di uno zaino da 80 lt.

Il mio referente era la stampa turistica italiana, riviste adesso quasi del tutto sparite

che volevano belle immagini di luoghi potenzialmente visitabili dai loro lettori/turisti. Mai trattare un problema sociale. 

Decisi di illustrare il Laos che , dopo due decadi dalla fine delle ostilità, si definiva una nuova meta,

iniziava allora il flusso turistico. 

Mi son sempre preparato il viaggio, per qualsiasi destinazione, studiando la guida Lonely Planet. Da quando la scoprii la sentii consona al mio modo di viaggiare. Viversi i luoghi da dentro, non da turista mordi e fuggi con sistemazione in cinque stelle. 

Li, sulla Lonely Planet del Laos stava scritto che la sede dell’Ambasciata Australiana aveva una piscina utilizzabile. Soprattutto però che il luogo era stato l’ambientazione del romanzo l’Onorevole Scolaro, del celebre John le Carré, dunque un contenuto utile per l’itinerario che stavo costruendo. 

Il posto era fuori città, in periferia lungo il  Mekong, che fa da frontiera con la Thailandia.

Ricordo poche fugaci foto, era una piscina come  le altre e non c’erano bandiere australiane sventolanti o altri riferimenti associabili al romanzo. Rientrando , optai, come facevano tutti, per uno degli  argini sul lato della strada. Dal lato opposto fui notato da un gruppetto di bambini apparentemente sui cinque, sette anni…i bimbi di Vientiane

Ai tempi avevo già svariati anni di esperienza di viaggio e di fotoreportage in viaggio

Nei paesi “in via di sviluppo”,  quando sono appena diventati meta turistica, lo straniero “attira” sempre. Coi bambini ci si gioca sempre volentieri. Non ci sono problemi di lingua e in un paese dominato dal sorriso come il Laos, il sorriso dei bambini li supera tutti .

Ricordo vagamente un po’ di interazione e tante risate

..prima di riprendere  velocemente a camminare verso la statale, dove avrei trovato un mezzo per rientrare in città.  Sentivo addosso il loro sguardo e le loro voci, i bimbi di Vientiane mi chiamavano. 

Avevo scattato qualche foto ma il problema era che un sole fortissimo che si stava inabissando nel Mekong, alle loro spalle.

Non amo tanto la foto col teleobiettivo, son della scuola
Robert Capa

che se non son venute bene è perché non ti sei avvicinato abbastanza.

Ma voltandomi li vidi, quasi silhouette nel sole caldissimo, che mi guardavano e mi parlavano. Rapidamente armai il vecchio Nikkor 180 f 2,8 sulla mia Nikon F90x. 

Son sempre stato Nikon.

Era un punto di arrivo quando cominciai a lavorare, ne ho cambiate tante in 36 anni di lavoro. Tranne recentemente una Fujifilm, poi rivenduta, son rimasto li. Prestazioni, performance, versatilità, scelta di lenti. 

Nei tempi di fotografia analogica in viaggio mi portavo una f90, una f90x ed una serie di lenti fisse dal 20 al 300 mm.

Il 180 era la lente giusta per quella fotografia. Il problema era non sciuparla con l’inevitabile entrata violenta del sole al tramonto. 

Difficilmente in una fotografia di viaggio, di reportage, di documentario sociale faccio delle modifiche alla scena,

non c’è niente di male se lo si fa a bassissima intensità e solo in casi di estrema necessità, ma per me quella è stata una delle pochissime volte. Ricominciai un dialogo da distanza dove i gesti erano la base e le parole ( ognuno nella propria lingua ) un contorno. Cercai di rianimare un gioco di pose strane che stavano facendo con me, l’unico scopo era che si compattassero il più possibile in modo da nascondere il sole dietro i loro corpi.

A livello di tecnica fotografica ricordo che applicai la regola per la quale

la velocità di otturazione deve essere prossima alla lunghezza focale, per cui con le fotocamere analogiche 1/125″ poiché avevo un 180mm. Puntai l’esposimetro verso il cielo prossimo all’orizzonte e continuai a blaterare ad alta voce mentre con entrambe le mani sostenevo fotocamera e lente, Stavo  accucciato perché, come composizione, è pessimo  fotografare bambini o piccoli animali dall’altezza dell’adulto. Li rende  piccolini, inferiori, mentre dalla stessa altezza son grandissimi, come questo gruppetto al tramonto sul Mekong a fine 1997. 

Chissà chi sono i bimbi di Vientiane, dove sono adesso e se qualcuno di loro si ricorda che durante l’infanzia, un chiassoso “turista yankee” li fotografò. 

close
5 1 VOTA
Vota questo post
Avvisami
Avvisami
3 Commenti
il più nuovo
il più vecchio I più votati
VISUALIZZA TUTTI I COMMENTI

Federico è un grande poeta del l’obiettivo riesce a dare parola,colorerà sentimento alle immagini che coglie..amo ogni suo scatto parlano di se’ ormai cittadino del mondo da molto tempo. Giulia.

Ho immaginato di essere lì insieme a te e insieme a quei bambini di Vientiane…grazie per averci raccontato questa esperienza!

3
0
CI PIACEREBBE UN TUO COMMENTOx
()
x