A messa in Chiquitania BOLIVIA

 San Xavier. Chiquitania. Bolivia.

Cogliere l’attimo nello storytelling

Cogliere l’attimo nello storytelling…è fondamentale quando in uno storytelling si inserisce l’elemento umano.

L’attenzione, il saper osservare e la padronanza della tecnica fotografica hanno contribuito alla riuscita di questa fotografia. 

Per tante ragioni non amo  le inquadrature col  tele ma questa volta lo  zoom 80-200mm Nikon f 2,8 è stato fondamentale 

Forse la Chiquitania non è una delle zone più belle alle quali abbia dedicato un viaggio. Ma senza dubbio è una tra le più interessanti per uno storytelling fra storia, cultura e antropologia. 

In pieno diciottesimo secolo, quando il Sudamerica era possesso dei regni di Spagna e Portogallo

i gesuiti si mossero a raggiera dalle loro missioni nel nord argentino per fare evangelizzazione. Giunti nei luoghi abitati dai Chiquitos, prossimi al grande Pantanal che fa da confine fra Brasile e Bolivia,

si resero conto che quella popolazione aveva predisposizione per la musica e per l’artigianato del legno e su quella base interagirono. 

Sorsero sette missioni le cui chiese si possono definire in stile barocco della giungla. Nacque anche uno stile musicale barocco locale, ogni missione formo’ orchestra propria. 

La storia ci narra  della cacciata dei gesuiti dal Sudamerica prima che il diciottesimo secolo terminasse. Dopo duecento anni, l’architetto Hans Roth iniziò un lungo progetto di ristrutturazione. Conseguentemente rinacque una zona che con l’espulsione dei gesuiti era caduta nel dimenticatoio.  

Durante quel fotoreportage cercai in vari modi di includere l’uomo nel contesto architettonico che aveva conferito a quegli abitati lo status di patrimonio UNESCO. 

La peculiarità di quei luoghi era il loro essere vissuti. C’erano ancora le orchestre di musica barocca, lungo le strade di terra rossa si vedevano ragazzini con le custodie tipiche dei violini uscire da vecchie case per andare alle prove in chiesa. C’erano musei, i liutai e i laboratori di intaglio.

Le chiese non erano museo ma luogo di culto a tutti gli effetti con le messe quotidiane e domenicali. 

La cosa più semplice fu infatti  fotografare durante alcune messe in quelle chiese dalle decorazioni cosi singolari. Non i turisti, non i signorotti locali, c’erano loro, i boliviani nativi, con i loro lineamenti indigeni e gli abiti semplici.

Dovevo cogliere l’attimo nello storytelling. Dovevo trovare l’immagine giusta che mi si unisse l’aspetto umano a quello decorativo.

e che lo facesse in maniera speciale. 

Adotto sempre una strategia comunicativa che mi ponga in maniera diametralmente opposta a quella dell’intruso, turista o meno.

Ho le mie due Nikon sempre in bella vista, colgo qualsiasi occasione per conversare e spiegarmi. Se sono eventi pubblici organizzati, come la Santa Messa, cerco di presentarm al sacerdote. Bisogna dire che nei paesi andini la gente è molto meno problematica, un po’ malata di esterofilia, però accoglie volentieri “el periodista” straniero. 

San Xavier non è la più bella delle sette missioni, ci rimasi solo un giorno. Ha una chiesa con una navata  gigantesca.

Io lavoro con due Nikon perché quel che cerco di raffigurare potrebbe essere a dieci centimetri come a dieci metri distante, specie in contesti come quello. Su una fotocamera tengo montato uno zoom grandangolare sull’altra uno tele. Da sempre 80-200 f 2,8 che dato il fattore di conversione diventa 120-300). 

Dopo un attimo fuggente risultatomi fuori fuoco in “epoca analogica” e lenti manuali , ho solo autofocus.

Cosi attrezzato non mi resta che osservare, cercare, stare nei punti giusti, non distrarmi mai.

Andai dunque alla messa domenicale.  

Durante la quale  vidi che c’era uno squarcio di luce diretta  dovuto alla grande porta della chiesa lasciata aperta. Per caso illuminati da quella luce, proprio sotto a quella colonna decorata, alcuni ragazzini stavano confabulando qualcosa, andando e venendo di corsa.

Esposi in semi-spot per scurire un po’ di più le ombre e non bruciare le alte luci, ed osservai attraverso il teleobiettivo.

La ragazzina che si voltò improvvisamente mi provocò istintivamente lo scatto, mi fece cioè cogliere l’attimo.

Era al punto giusto, con la luce giusta e stava facendo qualcosa che non si capisce bene ma genera a livello di composizione tutto un gioco di opposti. Luce ed ombra, figure scure senza volto, evidente volto di lei, direzione opposta degli sguardi.

Avere a disposizione il teleobiettivo  è stato fondamentale per cogliere l’attimo e isolare l’azione dalla distanza giusta.
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