IL FLASH E’ NECESSARIO

IL FLASH E’ NECESSARIO

Forse l’accessorio più demonizzato dagli anni settanta in poi, abusato nei decenni precedenti e comunque molto poco usato se non bandito nella fotografia amatoriale attuale, in certo fotogiornalismo di approfondimento etc…

RESTA IL FATTO CHE UN FLASH E’ COME UN PICCOLO SOLE DI LUCE NEUTRA

NECESSARIO  NEI CASI IN CUI LA LUCE E’ VERAMENTE SCARSA

O VERAMENTE BRUTTA

E’ verissimo che se usato male, ovvero nella maniera standard,per esser piu chiari, diretto e non schermato sui soggetti

PUO’ STRAVOLGERE TOTALMENTE IL CONTESTO LUMINOSO DI UNA SCENA

Un colpo di flash su questa inquadratura avrebbe “ucciso” la calda luce che investe e da plasticità ai soggetti…

USARLO CON UN PO’ DI COGNIZIONE DI CAUSA PUO’ RISOLVERE UN SACCO DI PROBLEMI

Fortunatamente la tecnologia ha fatto dei passi da gigante anche nella progettazione dei flash, dalle lampadine monouso su strutture fisse a torcia montate accanto alle fotocamere siamo arrivati a strutture esili con la testa rotante su se stessa e radiocomandabili, montati sul piede caldo che ogni fotocamera reflex ha sul suo punto più alto.

 

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Il fotografo Wegee, che lavorò in cronaca a New York int9rno alla metà del secolo scorso, macchina portatile grande formato e flash a bulbo

 

Flash di moderna concezione, testa rotante, piedistallo e pannolino riflettente
Flash di moderna concezione, testa rotante, piedistallo e pannolino riflettente

 

Anche in quanto a funzionamento interno siamo passati da 

complicati calcoli 

a funzioni integrate 

che tendenzialmente permettono al fotografo di concentrarsi sul soggetto invece che perder la testa in stime e conteggi

La luce flash, come tutte le altre, parte da una sorgente e si disperde nell’ambiente, più vicino il soggetto è alla sorgente più luce riceve.

Da sempre il rischio è stato della “bruciatura” del soggetto

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oppure della scarsa illuminazione dello stesso. Per far ciò la fotocamera deve adattare l’apertura del diaframma alla quantità di luce del flash. Tutto questo un tempo stava al fotografo che aveva a disposizione un regolo ed una regola e doveva stimare ad occhio la distanza fra flash e soggetto.

Il flash attuale si  interfaccia del tutto  con l’esposimetro della macchina attraverso il sistema TTL, che è anche il nome  di una modalità operativa del flash stesso, in questa maniera è l’esposimetro stesso della fotocamera che dosa la luce emessa dal flash. Anche in funzione dell’angolo di campo dell’obbiettivo montato sulla fotocamera.

Ha anche una opzione A che sta per AUTOMATICO ed è una sorta di esposimetro interno al flash che blocca il flusso luminoso quando è sufficiente. Altrimenti ha sempre una modalità MANUALE con la quale regolare a piacimento la potenza dell’emissione luminosa dimezzandola fino ad 1/128

Generalmente si usa la modalità TTL oppure quella MANUALE, TTL  è l’ideale per scattare in sequenza, muovendosi, con frequenti cambi di scena. Il TTL però tende ad “uniformare” troppo un ambiente, in questo caso si può scegliere la modalità MANUALE inserendo nella luce ambiente “la giusta” quantità di luce flash. Vien da se che usare il FLASH in manuale in tutta potenza consuma più rapidamente al batteria.

Doctor Lazaro

Doctor lazaro e paziente anziana

Doctor Lazaro e paziente bambino

LA TESTA ROTANTE PERMETTE DI ORIENTARE IL FLUSSO LUMINOSO

COSICCHE’ SI POSSA FARLO RIMBALZARE SU UNA SUPERFICIE RIFLETTENTE PERCHE’ POI INVESTA IL SOGGETTO INDIRETTAMENTE CREANDO UN’ILLUMINAZONE PIU’ MORBIDA.

MOLTI FLASH HANNO ANCHE UN PICCOLO SCHERMO ESTRAIBILE SUL QUALE FAR RIMBALZARE LA LUCE QUANDO ON CI SONO A DISPOSIZIONE SUPERFICI RIFLETTENTI

MOLTI FLASH SONO DOTATI DI UN ACCESORIO PER DIFFONDERE ANCHE LA LUCE DIRETTA SUL SOGGETTO

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LA LUCE DEL FLASH PUO’ RENDERE PIU’ BIANCA UNA LUCE ARTIFICIALE CHE ILLUMINA UN AMBIENTE

Lo si ottiene dosando le due luci attraverso alcune prove

LA LUCE FLASH PUO’ TOGLIERE OMBRE SGRADEVOLI ANCHE IN ESTERMI IN PIENO SOLE

LA LUCE FLASH PUO’ BLOCCARE UN SOGGETTO IN CONDIZIONI DI SCARSA LUMINOSITA’

 

CI SONO DUE SISTEMI AGGIUNTIVI PER DIRIGERE LA LUCE FLASH SU UN SOGGETTO DA UN PUNTO DIVERSO DA QUELLO DI RIPRESA

Il CAVO TTL

Permette di mantenere la funzione TTL  della fotocamera anche ad un metro e più dalla stessa, con gli evidenti limiti dovuti alla lunghezza del cavo ed al suo ingombro

 

IL SISTEMA TRIGGER

Si basa su un sistema a comando radio con cui dirigere  più di un flash per volta, su distanze maggiori rispetto a quelle consentite dai cavi TTL

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Ha come limite il solo uso in MANUALE, ma non sempre, e incompatibilità fra circuiti della fotocamera e del trigger stesso

LE VOSTRE FOTO DEVONO far Esclamare WOW !!!!!

La differenza sostanziale fra l’obiettivo e l’occhio umano non è una sola:

L’obiettivo è mono

l’occhio umano è doppio, quindi stereo

L’obiettivo non si muove sul corpo macchina

l’occhio umano si muove stereo sulla testa

L’obiettivo è collegato ad un sensore che è un semplice registratore/elaboratore elettronico

l’occhio umano è connesso al cervello che è dotato di una memoria virtualmente infinita, di connessioni molto più articolate di quante ne possa fare un sensore

Delegare al semplice obiettivo  e alla conoscenza della fotocamera il totale risultato di una fotografia è 

una battaglia persa in partenza

 

CHI OSSERVA UNA FOTO IL PIU’ DELLE VOLTE

NON ERA COL FOTOGRAFO AL MOMENTO DELLO SCATTO

NON HA VISSUTO LE SUE STESSE EMOZIONI IN QUEL MOMENTO

NON HA AVUTO LE SUE STESSE MOTIVAZIONI CHE HANNO PORTATO AL FARE LA FOTOGRAFIA

SE IL FOTOGRAFO SCATTA FOTOGRAFIE PER COMUNICARE QUALCOSA A QUALCUNO, PERCHE’ LA COMUNICAZIONE SIA EFFICACE DEVE SAPER USARE E PERSONALIZZARE LA COMPOSIZIONE DELL’INQUADRATURA

Non esistono  regole ferree ed è anche un bene poichè ognuno deve trovare il proprio linguaggio

Moltissimi sono gli elementi statici o dinamici della realtà che possono aiutare nel comporre un’immagine e far si che il messaggio arrivi, anche

il sapiente uso della fotocamera può aiutare

Elementi statici

Linee di fuga

 

Linee di intersezione

TRANSMILENIO

Il controluce molto forte, il grigiore e sostanzialmente la serie di linee che trapassano quasi violentemente l’immagine danno un senso di drammaticità

No limits
La serie di linee in cui è imbrigliato questo soggetto evidentemente disabile rinforza indubbiamente l’immagine, complice anche il bianco e nero.

 

“Usare” le forme

 

 

Elementi di invito

 

Controllare il colore

 

Elementi dinamici

Il controllo del movimento

 

 

Simmetrie ed assonanze

 

Le rugbyste

Casualmemte le due mani laterali avevano una simmetria con la posizione della giocatrice di rugby fotografata a figura intera, il bianco e nero ha enfatizzato l’effetto

Yoga allo specchio

Un semplice movimento fra una poiìsozione e l’altra di una sorta di Yoga è riuscita a riempire un fotogramma orizzontale grazie al grande specchio

Abiti eleganti

Talvolta evitare l’uso del filtro polarizzatore per eliminare i riflessi da una vetrina può essere efficace per rafforzare il messaggio, non più “vetrina di abbigliamento di classe” ma “vetrina di abbigliamento di classe nei quartieri alti”

Espedienti tecnici

Gestione della profondità di campo

El inca

L’uso del diaframma tutto aperto con un primo piano cosi strano conferisce più mistero al personaggio

Festa di piazza a Cuzco

L’uso del diaframma tutto aperto rende questa immagine abbastanza originale rispetto a quelle classiche di manifestazioni folcoloristche

 

Cambio del punto di ripresa

Il Bianco e Nero

Oggigiorno potrebbe definirsi anche “post produzione”, visto che i sensori digitali sono a colori, non certo è la scelta giusta per ogni soggetto, un tramonto in bianco e nero lascia assai a desiderare, se si opta per il bianco e nero bisogna ragionare in termini di scale di grigio, dal nero assoluto al bianco purissimo. Il bianco e nero resta l’ideale per concentrarsi sulla forma e sulle azioni distratte dal colore

Seringuero

TORNA TUTTO….NESSUNO SPAZIO VUOTO

Annunciazione

Preparazione reportage

Le idee possono arrivare da qualsiasi parte, scaturire da qualsiasi stimolo, l’ispirazione è nell’aria, basta saperla cogliere…

Diciamo che il fotogiornalista indipendente dovrebbe provare a  mettere una sorta di “filtro commerciale”, ovvero sondarne la vendibilità basandosi, dov’è possibile, sui pubblicati delle riviste, ciò è sempre complicatissimo, perché la realizzazione richiede tempo, nel cui tempo può cambiare un direttore che da un’altra linea editoriale a quella rivista su cui s’è vista una storia simile ma non uguale. la storia alla fine somiglia troppo oppure somiglia poco…d’altro canto c’è il rischio dell’invenduto…

UNA VOLTA CHE IL FOTOGIORNALISTA S’E’ DECISO A SVILUPPARE QUELL’IDEA PER TRADURLA IN UN REPORTAGE DEVE STUDIARLA  A FONDO PER TRARNE UN PROGRAMMA COME NELL’ESEMPIO DEL MERCATO…

Siti web, libri e giornali restano le tre fonti principali sulle quali fare affidamento per lo studio della storia, che è uno dei due cardini fondamentali della fase previa del reportage, quella della 

Preparazione

 a cui segue l’indispensabile

Organizzazione

Continuando a tenere come esempio “quel mercato”, l’operazione successiva da fare prima di partire è l’organizzazione.

Per non arrivare sul posto e trovarsi brutte sorprese.

Se si tratta di un mercato all’aperto non dovrebbe esserci alcuna limitazione ma chiedersi se per caso c’è qualche problema non fa mai male.

Potrebbe esserci una caserma sulla piazza, per cui zona militare e proibizione di fotografare, ci sono alcuni comuni che hanno nel regolamento una tassa di suolo pubblico per i cavalletti (…), se il mercato invece di essere in una piazza è in un interno potrebbe esserci una sorta di proprietà privata per cui si vietano le riprese…

Potrebbe molto più banalmente esserci nei piani regolatori del comune un lavoro di ristrutturazione della piazza per cui quel mercato comincia ad essere traslato temporaneamente in altra sede proprio nel periodo previsto per il fotoreportage 

Continuando nell’organizzazione circa il mercato, invece sarebbe interessante sapere cosa fanno i venditori in caso di pioggia o di eccesso di sole. Tendaggi? Impermeabili e cappelli? Il contesto cambia. 

Google images in teoria dovrebbe esser funzionale, anche se evidenziale foto più indicizzate e non quelle più belle…

Ci sono cose che invece sono molto difficili da sapere in anticipo, sempre che non si sia in contatto con altri fotografi che hanno visitato la zona e scattato foto.

La principale : la luce giusta. I non fotografi hanno un concetto di luce giusta totalmente sbagliato, chiedi ad una persona che conosce la zona a che ora ci sia un bel sole e quella pesca nei ricordi dimenticandosi che risalgono a quattro mesi prima, quindi ( se distanti dai tropici ) la posizione del sole sull’orizzonte è cambiata…

Nessuno inoltre saprà esattamente esprimere un giudizio sulle persone e sulla sicurezza. Se una persona non è del luogo ma l’ha semplicemente visitato avrà un’opinione superficiale basata solo su una visita, se una persona è invece  del luogo ne parlerà benissimo perché ci tiene ma raccomanderà un’eccessiva attenzione nei confronti di forestieri appena arrivati e con cattive intenzioni.

Mercato a parte informarsi preventivamente sull’eventuale proibizione di fotografare è buona norma i caso di musei, interni chiese, eventi in genere.

Più in generale una volta fatto il piano è indispensabile prendere i contatti con le persone giuste che agevolino il nostro lavoro.

Se il soggetto è gestito in parte da un ente pubblico o privato è facile che ci sia un responsabile della comunicazione, un ufficio stampa, un responsabile di progetto…

Se il soggetto è isolato o in qualche maniera decentrato è il caso di capire prima di partire come raggiungerlo e casomai quanto costa e quanto sia complesso farlo.

Bella la storia del popolo x nella foresta y, ma quando per arrivarci sono quattro giorni a dorso di mulo oppure un piper che parte solo di mercoledi col bel tempo le cose si complicano, anche perché acqua e cibo al villaggio sono pericolosi e si deve dormire solo in tenda.. 

E’ il caso di capire se nel villaggio x si aspettano regali

E’ il caso di sapere prima quanto sia sicura una zona.

Bella la storia delle giovani sarte nella periferia della megalopoli x però attenzione che in quel territorio ci son due bande criminali pericolose, quindi arrivarci in taxi da molto lontano, girare sempre con la gente coinvolta nella storia, oppure…fare amicizia con quelli della banda 

E’ il caso di capire se c’è una lingua comune e anche in caso positivo se c’è bisogno di un mediatore culturale/guida.

In questo caso è sempre un po’ una scommessa basarsi su questa figura: se il soggetto è nel “nostro mondo” oppure il mediatore culturale/guida è una persona del “nostro mondo” non ci saranno problemi, se invece siamo dall’altra parte del pianeta e la figura è di li non è difficile che non si capace di risolvere il benché minimo problema poiché di solito accompagna turisti che si limitano a scattare qualche foto e comprare prodotti artigianali sui quali magari ha una percentuale

Conoscenze pregresse di persone in loco piuttosto che reti di amici fanno sempre comodo per appoggi logistici, commenti ed anche informazioni motivate e non ufficiali.

COME SI FA

…come sempre da vent’anni a questa parte, ci si presenta per email, il problema è che di email ne arrivano troppe a tutti, magari l’indirizzo giusto trovato sul sito che sembra più affidabile non è attivo, oppure la persona che sembrerebbe quella giusta ha cambiato lavoro.

Anche il remind potrebbe non portare alcun risultato.

Conviene dunque telefonare dopo almeno la seconda email, anche se magari ci sono sei fusi di differenza, anche se risponde un usciere che parla solo la lingua locale.

Conviene dunque farsi aiutare da chi quella lingua la parla.

Conviene , dipendendo dal soggetto, farsi aiutare dal consolato o da uno spin-off italiano.

TUTTO QUESTO LAVORO PUO’ PORTAR VIA MOLTO TEMPO, QUINDI LA COSA CHE CONVIENE IN ASSOLUTO E’ 

INIZIARE LA FASE PREPARATORIA CON UN ANTICIPO ALMENO DI QUATTRO MESI

Editing, la fase più difficile

Atteggiamento e tecniche di scelta e messa in sequenza delle immagini, con i giusti softwares

Ogni punto del programma è stato sviscerato bene, il lavoro potrebbe dirsi finito, il momento è quello di rientrare a casa.

Il seguire l’evolversi delle varie situazioni, l’aggiungere elementi non programmati ma funzionali si è tradotto in alcune centinaia di foto da esaminare.

Quel che aspetta al fotografo adesso è la fase editing, ovvero scegliere le foto giuste e dar loro una sequenza di significato compiuto.

Operazione non semplice, un testo americano in proposito raccomandava i fotografi di affidare questa fase ad un’altra persona. Ma detta persona dovrebbe esser stata  coinvolta nella realizzazione del reportage, o almeno nella finalità del lavoro, come minimo dovrebbe intendersene; un non addetto ai lavori ha effettivamente un occhio più puro, ma mettere in ordine anche quelle decine di foto che rimangono dopo due scremature è complicato…

Questa persona potrebbe non esserci o non aver tempo, visto che è un lavoro lungo e complesso.

Da un punto di vista tecnico programmi come Lightroom e Capture One  facilitano il lavoro visto che consentono oltre che catalogare le immagini come già visto, di disporle liberamente dentro la cartella poiché creino una sequenza

 anche un visore di default del computer (almeno per macintosh) può farlo, basta però ricordarsi di scattare con l’impostazione RAW+jpg bassa oppure far delle basse una volta scaricate le schede sul computer.

Ripetiamo che aiuta anche molto lasciar dormire il lavoro, l’emozione dell’averlo fatto diminuisce, altre esperienze si accumulano col ritorno a casa, il materiale esaminato a mente fredda favorisce l’oggettività e l’esser severi con se stessi.

Nella scelta aiuta comunque l’emozione “a pelle” la foto che piace perché piace e piace all’istante.

Il lavoro va fatto tenendo presente che nessuno esaminerà mai con attenzione 400 immagini sullo stesso tema. basta andare ad una mostra fotografica per rendersi conto che , sempre che non si tratti della retrospettiva su un noto autore, le immagini esposte non superano mai la quarantina, stesso dicasi per le gallerie online. Le riviste vogliono lavori omogenei composti da una sessantina di foto al massimo.

Il problema è QUALI saranno le sessanta o quaranta foto dell’editing finale. 

Oltre le cancellazioni fatte ad ogni fine giornata si toglieranno quelle mal composte, che mancano della giusta messa a fuoco. che non sembrano poi cosi coerenti col tema, ma poi?

Aiuta molto raggruppare le immagini per sottotemi per selezionare ancora, aiuta molto lasciar dormire il lavoro per un’altra giornata, far tutto in condizione di rilasso ( con musica accesa e telefono spento), sorseggiando qualcosa. Poi però va montata la sequenza e non c’è una regola fissa. 

L’importante è che la prima foto sia quella che piace più di tutte, quasi sempre c’è, se magari in se riassume i concetti base della storia è ancora meglio, si chiama l’immagine di apertura del servizio, quella che dovrebbe essere in orizzontale per riempire due pagine di una rivista.  Potrebbero seguire altre foto molto forti, oppure foto funzionali al racconto, ci son due regole di base: non mettere mai troppo vicine delle foto simili, raggruppare sempre i temi però ad esempio non spargere le foto in notturna su tutto l’editing, potrebbero stare in cima, in fondo o nel mezzo ma l’idea della notte è quella di qualcosa che chiude qualcos’altro, il giorno, che poi ricomincia a fine notte, però non si può rappresentare questo se non una volta. L’ordine cronologico vero a volte dev’esser un po’ trasformato in funzione di una comunicazione visiva più immediata. Insomma, a parte il titolo e le didascalie lo spettatore deve capire immediatamente di che tratta il soggetto e rimanere avvinghiato dalla storia dall’inizio alla fine. 

I ferri del mestiere

Dalla giusta attrezzatura ed il giusto know-how  fino al giusto atteggiamento

loro gestione  prima dopo e durante il reportage

L’attrezzatura del fotogiornalista dev’essere il più possibile leggera e completa.

L’obiettivo zoom è sempre da preferire alla focale fissa.

Poiché “la foto non aspetta” e di conseguenza c’è bisogno di fare velicemente l’inquadratura.

Uno zoom grandangolare la cui massima ampiezza sia al di sotto dei 20mm ( nella fotocamera  full frame) consentirà di abbracciare totalmente   soggetti da distanza ravvicinata ed anche in  spazi ristretti. Uno zoom tele consentirà di cogliere attimi anche a molta distanza. 

La buona luminosità della lente consentirà di controllare inquadratura e messa a fuoco anche in condizioni di luce scarsa.

La reflex digitale resta ad oggi il corpo macchina più completo e versatile. Le “ammiraglie” delle varie case generalmente sono troppo care e pesanti. I “secondi di bordo” vanno più che bene, Le entry level hanno limiti se l’elaborazione dei dati viene svolta nella fotocamera, mentre invece non risentono di questo fattore se si scatta in raw. Il problema con le entry level è della durata inferiore delle batterie e spesso di una inferiore dotazione di autofocus ed altri accessori, nonchè del fatto che sono fatte con materiali meno pregiati e si danneggiano più facilmente..

Finché non inventeranno uno zoom per refex che da grandangolare ad  ampio angolo di campo arrivi ad una focale tele molto forte mantenendo ottima luminosità è il caso di avere due corpi macchina, per non impazzire a cambiare lenti in velocità e/o in condizioni igienicamente sfavorevoli . Questo si traduce in uno zoom grandangolare ed in uno tele.

Focali fisse potrebbero stare nella borsa se hanno caratteristiche tipo : grandangolo estremo la cui lunghezza focale è introvabile in uno zoom, lente più o meno da ritratto con apertura massima introvabile ( o quasi )  in uno zoom.

Coprire ogni lente anteriore con un filtro di protezione Skylight o UV è buona norma, si rompe e si sporca per primo evitando danneggiamenti all’obiettivo

Malgrado tutte le polemiche un flash resta una luce bianca portatile estremamente utile quando la luce è troppo brutta (un evento tradizionale che ha luogo alle due del pomeriggio col sole a picco che genera ombre orribili) o troppo poca (evento tradizionale che ha luogo di notte in aperta campagna)

Foto Accolta/Herranza

La luce flash diretta è sempre brutta e “dannosa” ma al giorno d’oggi la tecnologia ci consente di direzionarla, schermarla, dosarla. 

Il flash incorporato nella macchina non serve quasi a nulla. 

Un treppiede è sempre utile per le foto di soggetti inanimati in scarsa luminosità, per interni, per gestire bene l’inquadratura. Bisogna trovare però il giusto compromesso fra stabilità e leggerezza, altrimenti si trasforma in un odioso ingombro. 

Il filtro polarizzatore è l’unico ad oggi necessario…per togliere i riflessi dalla finestra di quella casetta in cui sta succedendo quella cosa che torna bene riprenderla dalla strada un po’ rubando l’immagine…

Settaggio personale

Ho sulle spalle quindici anni di fotoreportages di viaggio “a pellicola” e dieci “in digitale” ( scritto il 12/11/2016 ), nella “preistoria” a pellicola gli automatismi non sapevo neanche cosa fossero, si doveva usare sempre la diapositiva e c’era un margine di errore d’esposizione limitatissimo, ma era molto facile gestire i diaframmi direttamente dall’obiettivo e i tempi dalla rotella di comando sul dorso della macchina. Adesso è tutto interno per cui lavorare in manuale è più complicato e lento, controproducente ogniqualvolta il soggetto non aspetta. Pertanto io son solito tenere le mie fotocamere in priorità di tempi, usando il vecchio 1/60 come tempo di sicurezza, questo mi consente rapidità operativa e comunque di non “muovere” neanche se le condizioni di luce cambiano radicalmente e per caso mi dimentico di variare gli Iso. Sono solito gestire manualmente gli Iso, i 100 standard in ottime condizioni di illuminazione diurna, i 400 con luce più scarsa, dagli 800 ai 3200 in interni a seconda dell’illuminazione e del soggetto. Non so quanto “intelligente” sia la funzione Iso automatico, temo che non lo sia molto e se mi ci abituo, la volta che voglio fare un’immagine a tutta apertura in un interno mi da iso troppo alti, oppure se voglio bloccare una qualsiasi azione me li da troppo bassi.

Dopodiché…

Il fotogiornalista moderno deve saper gestire il lavoro a posteriori dello scatto molto di più di quando c’era la pellicola.

Il computer fa parte ormai delle nostre vite.

Apple vs Windows potrebbe rischiare di diventare una diatriba infinita, come Gesuiti e Salesiani, Carabinieri e Polizia, Beatles e Rolling Stones.

Da Mac User da sempre, per quanto riguarda l’hardware mi limiterò a citare due episodi:

Una cliente alla quale avevo già mandato le foto le confronta fra il suo laptop di marca sconosciuta (e chiaramente Windows) e il mio Apple retina e mi chiede perché sul mio si vedano cosi bene.

Una allieva con altro laptop di marca sconosciuta mostra con  lo stesso software la stessa foto che avevo io, entrambe sul passepartout grigio del software: sul mio Apple retina il grigio era grigio, il suo schermo aveva una dominante magenta…

Per quel che riguarda il software fortunatamente siamo quasi sull’universalità

Occorre un software di archiviazione razionale ed intuitivo, che permetta di visualizzare tutte le fotografie, sceglierle ed organizzarle. Correggere inoltre rapidamente alcune imperfezioni del file : luminosità, colore, toni.

Il fotogiornalista da sempre deve porre il copyright e la didascalia dell’immagine, oggi deve anche “keywordarla” ovvero mettere parle chiave che ne consentano la rapida ricerca online.

Adobe Lightroom© è il software ideale, ma anche Aperture© e Adobe Bridge© lavorano cosi Consente infatti di raggruppare le immagini per cartelle e di appore ad ognuna colori, punteggi, impilamenti  e valutazioni atti ad una miglior selezione.

Questi softwares consentono in maniera semplicissima il lavoro simultaneo su molte foto

Per interventi più incisivi di fotoritocco c’è Photoshop che è entrato addirittura nel linguaggio comune e che è il principe dei programmi, la differenza sostanziale con Adobe Lightroom© e gli altri è il lavoro sul file singolo, lavorare su gruppi di foto con Photoshop risulta macchinoso e lento.

Bianco e nero, colore, saturati, decolorati, HDR etc…

Trattasi di scelte interpretative personali fattibili con Adobe Lightroom© sia creandolo che usando uno dei preset di default. Bisogna tener presente che soggetti in cui sono prevalenti i colori sono molto più difficili da rendere belli in bianco e nero che non soggetti in cui prevalgano forme ed azioni. Il resto è legato al background culturale di ognuno e alla sensazione che vuole trasmettere

Il giusto atteggiamento

Fare un buon fotoreportage implica un atteggiamento nei confronti di ciò che si sta facendo a dir poco totalizzante.

Parlare attraverso le immagini è un’operazione che se non si fa bene, se non la si fa in full immersion, non viene bene, o meglio viene fredda e distante.

Bisogna appassionarsi nel fotografare, perché ne escano foto di serie A.

Inoltre ci vuole un atteggiamento estroverso e positivo nei confronti di chi e di che cosa si sta fotografando. 

Poiché:

La macchina fotografica al collo di uno sconosciuto può destare sospetti, se poi lo sconosciuto se ne sta in disparte e in silenzio le cose peggiorano.

La figura professionale del reporter è un concetto abbastanza astratto da parte dell’uomo della strada che vede un tale con la fotocamera al collo : da spia della Questura a turista che ci fa poi i soldi con le nostre facce, da uno che lo pagano per divertirsi a far le foto, oppure un pervertito che mette su internet le foto dei nostri bambini…c’è di tutto nella testa della gente .

Se la sessione è programmata con un gruppo chiuso di persone con cui si son presi i contatti non è un problema, ma appena si esce da questo contesto c’è da aspettarsi di dare spiegazioni a tutti e su tutto, oppure semplicemente essere accettati o  ignorati.

L’atteggiamento giusto  è quello di essere il più possibile in evidenza, attrezzatura professionale in vista, eventuali distintivi, mostrare le foto nell’LCD, dare biglietti da visita etc..tutto gioca a favore del fotografo per essere accettato. Anche ovviamente il dedicare tempo, dov’è possibile, a conoscere le persone, a parlarci del più e del meno invece di assalirle all’istante  con gli scatti a  mitraglia. Quando il fotografo istintivamente è accettato viene praticamente ignorato e diventa un testimone “trasparente” degli eventi. 

Però :

Lasciarsi prendere dall’emozione potrebbe comportare il rischio di perdere il filo del discorso, dimenticarsi i  punti del programma fatto, concentrarsi solo su un aspetto. Ugualmente, trattare il tema con distacco e frettolosamente, fra una email che arriva sullo smartphone, una telefonata totalmente svincolata da quel che si sta facendo e  coi minuti contati perché c’è da andare a portare il figlio in piscina oppure ( in viaggio) perché il gruppo di amici conosciuti sta aspettando per andare a cena è penalizzante.

Fare un fotoreportage nel momento in cui implica il coinvolgimento del soggetto umano ha le seguenti le caratteristiche

IL SOGGETTO NON ASPETTA

Questa è la ragione per la quale il fotografo deve saper comporre nel cosiddetto “tempo zero” e stare bene attento a cogliere gli

“attimi fuggenti”

OGNI SITUAZIONE SI EVOLVE

Il migliore atteggiamento sarebbe quello di spegnere cellulari e devices vari, non prendere impegni se non dopo sei ore dalla fine di una sessione di scatti e seguire lo svolgersi delle cose finché le cose stesse si svolgono. In questa maniera si riuscirà a catturare l’essenza della storia.

“Catturare quegli sguardi fugaci nel dialoghi fra due anziani in una piazza,  cogliere l’attimo in cui un venditore di frutta esamina il peso di quel che sta vendendo, magari facendo uso di una vecchia stadera. Magari per tutto il giorno il tempo è stato grigio e c’è stata poca gente di passaggio in quella piazza da dover fotografare, solo in serata la situazione si movimenta…e magari esce fuori una luce radente coi colori infuocati del tramonto. 

Ci vuole tempo, pazienza e dedizione e le foto stupende senz’altro “arriveranno”. Però non si può non concludere con un’altra raccomandazione

SCATTARE TANTO

Non solo per impratichirsi nella scelta, ma sostanzialmente perché non si può prevedere esattamente quel che accadrà dopo…

Infine:

C’è un giusto atteggiamento da tenere anche dopo la fase scatti.

Dov’è possibile lasciar raffreddare la testa 

O meglio far dormire il lavoro per qualche giorno; è una strategia per distaccarsene emozionalmente ed operare una scelta delle immagini da utilizzare  più oggettiva

Essere fotogiornalista in questo millennio

Dalle figure professionali di riferimento al pensarsi worldwide.

Agenzie, collettivi e l’importanza della presenza online e negli eventi culturali

 

Il fotogiornalista del terzo millennio deve pensarsi worldwide

L’esatto contrario del fossilizzarsi su un mercato nazionale o comunque locale

Perché i mezzi per poterlo fare sono a portata di tutti e se non proprio li usano tutti poco ci manca

Perché il mercato dell’immagine è comunque globale già da un pezzo

Esempi miei Geo/Russia/Argentina

Perché con la contrazione dei compensi è il caso di avere più di una piazza di riferimento

Non esiste una concorrenza dolce, la concorrenza da sempre è stata agguerrita

La differenza col periodo pre-internet è che adesso ce n’è tanta e dappertutto

Per essere competitivi…

COME SI FA?

Traducendo in pratica i concetti di cui sopra diciamo che la prima cosa da avere è un

SITO INTERNET

Che abbia un dominio almeno in apparenza proprio : nomecogmome.com

Contaminazioni con domini che offrono spazi web gratuti sono già un indice di scarsa professionalità, peggio ancora presentarsi  con la sola pagina facebook, oppure flickr o un solo blog o altri  contesti social/amatoriali

 

Già nella homepage si deve capire chi e’ il fotografo e che cosa può offrire, inoltre è il caso di essere online con nel sito una decina, dodici reportages già pronti.

Errori da non commettere:

Non scriverlo in inglese

Pubblicare una parte e il resto lasciarlo “under construction” all’infinito

Lasciare parti non funzionanti

Non evidenziare come si deve la parte dei contatti

Siamo in un mondo  interconnesso che parla solo inglese, un mondo in cui c’è tanta gente che offre lo stesso prodotto, un mondo che corre. Pertanto un potenziale acquirente che arriva sul sito e lo trova in una lingua che non conosce, ancora in costruzione e/o con parti non funzionanti con molta difficoltà vi tornerà in visita.

E lo scopo di fondo è far capire che voi siete quelli giusti per quel  che cerca chi vi trova

Federico Tovoli Photojournalist

Photorevolt

Silvia Baglioni

Marco Baroncini

Bottega immagine

Gronchi fotoarte

Alberto Ramella

La Company

 

I SOCIALS SONO NECESSARI

Non ci si può isolare sulla cima di un monte dicendo orgogliosamene “non ho facebook”, esattamente come non lo si poteva fare nei confronti della televisione prima che internet contaminasse anche quella.

Ma vanno saputi usare

Ne’ mostri da demonizzare né idoli da idolatrare.

Solo strumenti di comunicazione online, una delle tante braccia  di un cervello che si chiama sito web

Perché se il sito è collegato ad una pagina facebook, ad un profilo twitter, Instagram o LinkedIn le visite arrivano anche da li.

Contribuendo all’indicizzazione ?

Operazione molto importante per risultare in testa sulle ricerche Google e che comunque va fatta anche attraverso il sito

Perché si comunica anche attraverso i socials

Perché ci si crea una audience anche se non è detto che nella rete dei contatti ci siano forzosamente le figure professionali di riferimento che al fotografo servono all’intermo delle riviste

Conviene inoltre più di un social, se facebook è il principe, instagram è di moda, twitter è serioso e linkedIn è la rete professionale.

E’ il caso però di non confondere la vita personale con quella lavorativa.

Facebook consente diversi livelli di spazio. Tutto il mondo frequenta facebook quotidianamente e posta di tutto. Non penso che ad un cliente però convenga vedere quel che posta un mio amico ed io condivido, un cliente può avere buonissimi rapporti con me ed essere sulla stessa mia lungheza d’onda ma non è un mio amico, pertanto può pensarla come vuole e piacergli ciò che vuole senza che necessariamente io lo sappia e viceversa; diversamente  c’è il rischio del raffreddamento dei rapporti.…anche semplicemente se io posto le foto del barbecue di Pasquetta e il mio cliente è vegano.  Per questo facebook offre una opzione che si chiama fanpage ed è l’ideale per un utilizzo professionale, mettendoci un arcinoto like un cliente può vedere cosa io ho deciso di postare, relativo alla fotografia ma non sempre e comunque relativo al rapporto professionale inter nos.

In altre parole meglio avere un facebook personale ed uno per il lavoro

Come del resto se uno fa matrimoni e fotogiornalismo meglio avere due siti separati

LA FIGURA PROFESSIONALE  DI RIFERIMENTO ALL’INTERNO DI UN GIORNALE SI CHIAMA PHOTO EDITOR ( o picture researcher ) NON SEMPRE AFFIANCATA DA UN SUPERIORE CHIAMATO ART DIRECTOR.

DATE LE RESTRIZIONI DI PERSONALE PUO’ ESSERCI ANCHE IN UN GIORNALE FAMOSO SOLO L’ART DIRECTOR

Se “l’ART” decide lo styling dei vari articoli, il PHOTO EDITOR deve sapere chi ha cosa a livello di soggetti, chi è dove e che cosa può offrire, può anche provare a fare al direttore le proposte che il fotografo ha da fare. 

Quindi bussando personalmente alla porta di un giornale bisogna col PHOTO EDITOR parlare. Nell’era del 2.0 questo va fatto, almeno inzialmente, con una email  o con altro materiale pubblicitario.

Il nominativo della persona  lo si scopre guardando il colophon o il sito internet della rivista o del giornale, in mancanza di ciò una telefonata in redazione svelerà l’identità della persona e almeno il suo indirizzo email 

Nell’era 2.0, dunque, le maniere per raggiungere la figura professionale di riferimento sono varie, via socials, più efficacemente via email; un contatto diretto sarebbe necessario per “non rimanere una email”  visto che in una redazione di emails ne arrivano troppe e spesso vengono ignorate.

Indubbiamente questo è un lavoro a sé, lento e dispendioso, farsi vedere oggigiorno è anche più difficile poichè tutto veicola via internet, inoltre non si può materialmente pensare di farlo a livelli globali e se non altro costantemente. Può funzionare sulla piazza di riferimento più vicina alla propria residenza o a zone dove ci si reca costantemente per fotografare, ma sempre ci sarà una difficoltà, una irraggiungibilità, un blocco .

La soluzione potrebbe essere quella dell’agenzia fotografica 

.

E’ su piazza per cui ha anche il termometro della situazione

Fa un mestiere diverso dal produrre

La globalizzazione dell’immagine ha però  portato uno sconquasso anche in questo angolo tanto amato quanto odiato del fotogiornalismo

Grosse multinazionali dell’immagine, facendo un po’ come il supermarket fa nei confronti della piccola bottega, hanno provocato la chiusura di tante agenzia che puntavano sulla qualità.

Ne esistono ancora ma esigono uno standard qualitativo molto alto.

Altre basano il loro introito più sulla vendita della foto singola, anche fuori dal mercato editoriale.

Creando dunque dei problemi etici al fotogiornalista.

Facilmente le poche agenzie che puntano alla qualità sono derivazioni di collettivi fotografici, ovvero unioni di più fotografi che poi hanno esteso il giro, la risorsa umana. Ci sono anche esempi di unioni di archivi online ed altre varianti. D’altra parte l’unione fa la forza, si raggruppa più materiale ed è più facile che il photo editor visiti quel sito e non quello di un fotografo che lavora completamente da solo….

In ogni caso se il gruppo ha una direzione commerciale, un qualcuno che conosce uno o più mercati come un tempo, l’idea stessa dell’essere gruppo ha senso, se son tutti fotografi e sanno tenere bene le proprie pubbliche relazioni oppure se non c’è un’attenzione al mercato è tempo perso:

Nel primo caso tenderanno a vendere il proprio prodotto e quello consociato sarà un riempitivo, nel secondo non ci sarà vendita per mancanza di interesse da parte dell’utenza.

Parallelozero

Terraproject

VWpictures

Redux

 

Un altro contesto utile alla visibilità sono i festival della fotografia, negli ultimi anni si sono moltiplicati sia in Europa che negli USA e non è possibile prevedere quale avrà acquistato importanza e quale l’avrà persa negli anni.

Ve ne sono di specifici per il fotogiornalismo ed altri più “creativi” dove lo storytelling comunque ci può stare. Servono sia come aggiornamento, che soprattutto come luogo d’incontro con gli addetti ai lavori, la photo editor della rivista sita all’altro capo del mondo oppure sempre troppo impegnata per vedere le proposte dei fotografi in redazione  forse la si trova ad un festival, in veste ufficiale o meno. I festival son sempre fatti di conferenze a tema, esposizioni e letture portfolios, pertanto una proposta ad una rivista potrebbe anche prender quella strada,

PERPIGNAN,

CORTONA,

ARLES,

PHOTOLUX

Concludiamo con la dinamica del fare una proposta. Detta così potrebbe sembrare un:

“Scusi io avrei la seguente idea, se la sviluppassi a voi potrebbe interessare?”

Niente di più sbagliato:

  1. Nessuno compra un’idea prima di vederla realizzata. La risposta più corretta è “mi piace, vediamo le foto”, questo nel totale disimpegno

B)  La decisione non spetterebbe al photoeditor ma al direttore del giornale che magari ne deve parlare nella riunione di redazione, facile che caschi nel dimenticatoio

C)   Non c’è una sola rivista a questo mondo

D)  Una sinossi lasciata scritta in una redazione può tranquillamente esser fatta da altro soggetto, magari più vicino a chi conta per ragioni personali

La soluzione è una, valutare l’interesse del servizio sulla base di temi e tagli simili su una o più riviste, produrlo e proporlo chiavi in mano

BELL’ITALIA,

DOVE INDICE

PARALLELOZERO

Panorama editoriale

Magazines, quotidiani, fisico e virtuale, apps e libri

SPOETIZZIAMO L’AMBIENTE: QUALSIASI MAGAZINE, QUALSIASI GIORNALE, CHE SI TRATTI DI STAMPA O DI EDIZIONE ONLINE E’ UN CONTENITORE DI PUBBLICITA’

L’editore  incassa dapprima le inserzioni pubblicitarie a cui da spazio sui numeri stampati e sulle pagine online, e poi la vendita delle copie che quasi sempre non coprono tutta la tiraura . Deve garantire all’inserzionista una audience che giustifichi l’alta spesa dell’inserzione stessa, pertanto deve colmare il contenitore con contenuti appetibili ad un determinato target.

Per questo il panorama editoriale si divide in tante pubblicazioni settoriali

Quotidiani : locali e nazionali

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Periodici : inserti nei quotidiani, attualità, sportivi, femminili, maschili, gossip, culinari, tecnici, hobbystici, autotrasporti, religiosi,  outdoor, travel, house organs e di categoria

 

Questo il fotografo che si affaccia al mondo editoriale deve saperlo bene per due motivi

Sapere a chi proporre cosa

Non è possibile entrare nella testa di un direttore di giornale, che deve comunque seguire le linee della casa editrice però:

Difficilmente un magazine che ha pagine pubblicitarie di pelliccerie o case produttrici di articoli in cuoio comprerà un reportage sulle crudeltà inflitte agli animali da reddito negli allevamenti intensivi.

Un magazine specializzato in travel non vorrà mai vedere il degrado delle periferie di quella bella città dove ci si reca per la riscoperta delle tradizioni nel centro storico restaurato ed abbellito, vorrà inoltre vedere quel che si mangia di tipico e magari anche quel che si compra di locale.

Parimenti una testata che si occupa di attualità potrebbe essere interessata ad un reportage sulle crudeltà inflitte agli animali da reddito negli allevamenti intensivi o alla vita grama negli slums della città di cui sopra.

Studiare inserzioni pubblicitarie, taglio degli articoli pubblicati e loro soggetto è la guida ideale per non sbagliarsi nella proposta

Stimare quanto possa pagare la testata

Chi si dedica a settori sui quali c’è un interesse massivo normalmente ha un budget più alto di chi si occupa di prodotti di nicchia :

I quotidiani nazionali, i magazines femminili, quelli di attualità, gli sport di massa, i culinari hanno un pubblico molto più esteso di un magazine che si dedica ad uno sport minore, di un travel che è incalzato dai portali di turismo, di una gazzetta locale o di un magazine zootecnico, pertanto ha un capitale più significativo in inserzioni e potenzialmente più denaro per le fotografie. I minori spesso non hanno affatto un budget per le foto….sicuramente non ne ha chi non ha pubblicità sulla propria testata

 

La novità di questi ultimi anni sono le apps delle riviste e dei giornali, ovvero il settaggio giusto per leggere in completezza e non passando il tempo a chiudere finestre pubblicitarie incalzati da altre in arrivo ad ogni cambio di pagina. Si legge comodamente dal proprio device che ha spesso una luminosità migliore del proprio computer ed è stato progettato per funzionare sganciato da una rete elettrica

Esistono Apps che non sono altro se non copie in PDF dell’edizione stampata ed altre che offrono molte possibilità in più rispetto al giornale fisico 

 

In questo senso il fotografo dovrebbe pensarsi multimediale o in collaborazione con multimediali

E’ da chiarire a questo punto che ogni testata, se interessata al lavoro del fotografo, può usufruirne a seconda degli spazi che decide di dedicargli, questo può significare anche due foto piccole a corredo di un testo scritto da un’altra persona, magari su un soggetto generale diverso. Sempre meglio provare almeno a scrivere un testo di corredo al reportage per  poter ovviare alla richiesta di quei magazines che comprerebbero il prodotto finito, almeno bisognerebbe scriverci una presentazione dettagliata pur consci che lo scrivere professionale è già  altro mestiere, forse più “altro” del saper videoregistrare o lavorare su un programma di timelapse.

D’altra parte  il fotografo non vende il file bensì i diritti di utilizzo, quindi potenzialmente può vendere la stessa foto più volte nel tempo e in più paesi, c’è sempre una dinamica di esclusive legate a tempi e luoghi di cui bisognerebbe parlare al momento della vendita.

Il mercato del libro è meno agganciato alle dinamiche pubblicitarie poichè si tratta di un prodotto destinato  a  durare nel tempo.

Il libro prodotto dall’editore vecchio stile è più facilmente testuale ( romanzo, saggio etc..) che fotografico, per una ragione di costi eccessivi di impianti di stampa in quest’ultimo caso. Questo si traduce in foto d’archivio per copertina e controcopertina, eventuali foto interne se si tratta di guide o simili, il tutto comunque “pescato” negli archivi. Un prodotto più “storytold” è praticamente impossibile sempre che il fotografo stesso non si accolli tutti i costi. Molto più facile è se il fotografo entra in un progetto esterno commissionato da un ente, una fondazione, un privato, oppure la stessa terza parte sposa un soggetto proposto dal fotografo con la finalità di realizzare un libro destinato ad un target al quale  è legato. Non necessariamente in questo caso è prevista una distribuzione nelle librerie.

Il libro autoprodotto è un po’ l’ultimo grido della fotografia contemporanea , la linea di confine fra piccolo editore specializzato in libri fotografici e autoproduzione è sottile

Ognuno è libero di pubblicare cosa e come vuole, la complicazione sta nella distribuzione e  nella vendita  visto che il prezzo di copertina di un libro può essere anche dieci volte maggiore di quello della più bella rivista

In editoria libraria i contratti prevedono margini percentuali esigui per il fotografo/autore

Il libro fotografico resta comunque un bel prodotto che fa immagine e come si sa l’immagine non è tutto ma  è fondamentale

Il Fotoreportage

La definizione, il senso e  la logica di fondo, il posizionamento nel mercato

Il dizionario Garzanti alla voce reportage dice:

“(giornalismo) servizio di un corrispondente” 

Ne dobbiamo dedurre che è un qualcosa raccontato a qualcun altro. Nello specifico potremmo anche dire che è un racconto, nel nostro caso attraverso le immagini ( per cui da reportage diventa fotoreportage) , che un individuo fa ad un pubblico e in questo caso l’individuo è un fotografo professionista.

Dando per scontato che il professionista abbia una padronanza totale della tecnica di ripresa, in questo settore dovrebbe essere altrettanto  professionista anche per quel che concerne il saper raccontare attraverso le immagini

SONO INDISPENSABILI DUNQUE UN SOGGETTO ED UNA STORIA

Per essere chiari, il noto Palazzo X  conosciuto per la sua bellezza anche fuori della citta Y

è un soggetto ma non è un reportage

Può divenirlo se ci sono degli elementi visivi che supportino una storia.

Ad esempio:

  1. Elementi  architettonici e di arte figurativa risalenti alle varie epoche in cui il palazzo è stato abitato e rimodellato

2)   Nuovi inquilini che fanno qualcosa di particolare : sono tutti giovani, sono tutte startup, c’è un  cohousing, c’è una convivenza fra nuovi e vecchi abitanti, c’è una relazione con gli inquilini del lontano passato.

3)   Se poi i punti precedentemente descritti si intersecano fra di loro diventa una bella storia.

IN ALTRE PAROLE: UN PAIO DI SCATTI DELLA FACCIATA E UN PAIO DEGLI INTERNI DEL PALAZZO SONO UNA DESCRIZIONE DEL SOGGETTO CHE PUO’ ESSERE ANCHE STERILE. 

UN’APPROFONDIMENTO COME DAGLI ESEMPI DESCRITTI E’ UN FOTOREPORTAGE

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Il fotografo che voglia dedicarsi a questo genere che esternamente è tanto osannato se non addirittura romanticizzato deve avere l’habitus mentale del narratore di storie. Negli ultimi anni accanto alla definizione fotoreporter si è affiancata quella di story-teller, ovvero narratore di storie.

IN SOSTANZA LA LOGICA DI FONDO DI  QUESTO GENERE DI FOTOGRAFIA E’ TROVARE UN SOGGETTO, INDIVIDUARNE UNA STORIA, NARRARLA ATTRAVERSO LE IMMAGINI

Vien da sé che il fotografo in questione “sente” il mondo che lo circonda e le sue difficoltà e vuole narrarle, diviene così un soggetto più impegnato socialmente rispetto ad altri suoi colleghi che si dedicano a generi molto diversi .

SANTA CLOTILDE 

AMAZON VS TEXACO

Stalkers Ukranian

NOW

SEPPUR NON ESISTANO SOLTANTO STORIE NEGATIVE DA NARRARE, ANZI, IL SETTORE PRINCIPE DOVE IL FOTOREPORTAGE SI COLLOCA E’ QUELLO EDITORIALE E NELLA FATTISPECIE QUELLO DELL’EDITORIA PERIODICA

Settore che è sempre stato più povero di altri

Da quando la fotografia è diventata mestiere diffuso  ( anni settanta/ottanta ) c’è sempre stata una fortissima disparità fra domanda ed offerta.

Il rapporto stile:  una  domanda venti offerte, molto veritiero in epoca di fotografia analogica, veicolazioni cartacee e quasi sempre nazionali, si è trasformato adesso in una domanda cento offerte, poiché la digitalizzazione di massa ha incrementato la produzione e la diffusione di immagini, se ciò lo sommiamo alla globalizzazione favorita da Internet è naturale che il rapporto domanda offerta si possa stimare uno a cento.

E’ una dinamica di mercato il fatto che l’eccesso di offerta provochi un abbassamento del prezzo.

Nello specifico della produzione e la domanda di immagini è altrettanto comprensibile che gli incarichi da parte del cliente siano sempre più rari. 

Se un periodico cerca immagini del palazzo X di cui sopra, visto che è tanto famoso, facilmente le trova e può anche darsi che riesca anche a trovarne di qualità, varietà e diversità fra di loro da poter costruire una storia, sempre che non ci sia già una storia costruita

…che potrebbe anche esser la vostra.

Difficilmente commissionerà la produzione della storia poiché.

A) Pagando per foto e non per l’intero reportage c’è risparmio

B) I tempi in editoria son sempre più che ristretti

C) Potrebbero esserci delle difficoltà oggettive per produrre: il lavoro serve sempre “per  ieri” ed oggi l’intera facciata del palazzo X è nascosta dalle impalcature poiché si sta facendo un restauro che durerà un mese, oppure il lavoro serve entro 36 ore e le previsioni del tempo hanno messo pioggia per tutta la settimana…e le foto ci vogliono col sole. Oppure due delle tre startup si son prese due settimane di ferie, la lavanderia in cohousing è chiusa per problemi di abitabilità, la palestra è vuota perché i frequentatori la usano solo nel fine settimana e l’assignment arriva di lunedi per giovedi.

DA UN PUNTO DI VISTA DEL PERIODICO  PRODURRE E’ PIU RISCHIOSO E COSTOSO CHE NON CERCARE IL PRODOTTO GIA’ FATTO

DA UN PUNTO D VISTA DEL FOTOGRAFO PRODURRE IN PROPRIO RISULTA PARADOSSALMENTE CONVENIENTE PER OVVIARE POI A QUESTE DIFFICOLTA

Ma il settore editoriale ha  infinite opzioni

L’editoria periodica c’è dovunque nel mondo e si divide in stampa quotidiana, settimanale, mensile, bi-tri e semestrale. Inoltre i quotidiani hanno inserti settoriali settimanali

Quasi tutte le testate hanno anche almeno una presenza online che per sua virtualità ha più spazio e diffusione  delle edizioni stampate

L’uso delle immagini in editoria non è diminuito, anzi forse è aumentato

La rivoluzione internet permette al fotografo una visibilità planetaria nonché la possibilità di raggiungere chiunque nel mondo, incluso editoria.

Ci sono agenzie specializzate in fotografia che fungono da intermediari tra domanda e offerta, sono tutte in partership fra di loro consentendo una rete di vendita panetaria, sia per l’immagine singola che per la storia.

Il fotografo può quindi scegliere di lavorare in proprio oppure farsi “rappresentare” da un’agenzia che si occupi della vendita del suo lavoro.

E’ da considerare che ci sono svariati milioni di immagini in giro per il mondo, pur facendo di mestiere la vendita e non la produzione,  l’agenzia inoltre non rappresenta un solo fotografo.

Chi fa da se fa per tre ma deve occuparsi in prima persona di tutto

OLTRE L’EDITORIA PERIODICA ESISTE UN SETTORE LIBRARIO “INDIPENDENTE” IN CONTROTENDENZA  CON LA DIGITALIZZAZIONE DI TUTTO: il piacere del bel prodotto da sfogliare

E’ un settore che virtualmente rende il fotografo più libero sugli argomenti trattati, anche se l’impegno è più gravoso: il grosso editore non investe sul nome sconosciuto poiché se una rivista costa uno e si rivende a cinque  un libro costa cinquanta e si rivende a sessanta.

La produzione indipendente implica costi di stampa, distribuzione e vendita

CORSI DI FOTOGRAFIA

SALVE

Visto che dopo quattro anni e mezzo di Sudamerica sono tornato all’Elba (mia terra d’origine), dove vivo dal 1999, ho deciso di ricomincare con quei  CORSI DI FOTOGRAFIA già sperimentati una decina d’anni fa ed ovviamente di farne  di più e meglio, sono orgoglioso di specificare che questa è la terza stagione continuativa…

L’offerta si articola su un CORSO BASE, un CORSO D SECONDO LIVELLO ed un CORSO DI FOTOGRAFIA DI VIAGGIO

Per il CORSO BASE c’è tutto in questa pagina

Per il CORSO DI SECONDO LIVELLO   CLICCA QUI

Per il CORSO DI FOTOGRAFIA DI VIAGGIO      CLICCA QUI

CORSO BASE : IMPARARE A FOTOGRAFARE

Con questo corso non solo  imparerai ad usare la tua fotocamera, ma arriverai conscerla come le tue tasche. Ma questo sarebbe riduttivo: imparerai a fare belle foto, di quelle che non solo i tuoi amici perché sono tuoi amici ti diranno quanto sei bravo. Imparerai  da un professionista con 25 anni di insegnamento sulle spalle, scoprirai  quelli che sono i segreti e le linee guida per far sempre fotografie di alta qualità e soprattutto che suscitino belle emozioni.

E TUTTO QUESTO IN MANIERA TEORICA E PRATICA

QUANDO :

OGNI LUNEDI  dal 5 Febbraio 2018 al 26 Marzo 2018

Dalle 21,00 alle 23,00

Nove incontri di cui due totalmente pratici in orario diverso e  da stabilire a gruppo formato

DOVE :

Nella mia sede in via Elbano Gasperi 40 a Portoferraio

In quanti:

PER RAGIONI DIDATTICHE IL GRUPPO SI COMPORRA’ DI UN MASSIMO DI OTTO PERSONE

Programma 

A)  CONOSCERE LA FOTOCAMERA.

La triade tempo diaframma ed  iso, fondamento per fotografare

B) L’OCCHIO DELLA FOTOCAMERA

Obiettivi e loro uso

C) CONOSCERE MEGLIO LA FOTOCAMERA.

Il digitale, dal sensore ai settaggi del colore tutto quel che c’è da imparare per ottenere sempre un  file perfetto

D) INTORNO  ALLA  FOTOCAMERA.

Gli accesori indispensabili nella borsa del fotografo

E) USCITA  per la messa in pratica generale di tutto quel che è stato appreso

F) FONDAMENTI DI EDITING E POSTPRODUZIONE.

Pratica con i piu diffusi software di elaborazione delle immagini

G) L’OCCHIO DEL FOTOGRAFO.

Imparare a comporre ma anche qualcosa di piu, imparare il linguaggio fotografico

H) USCITA  per mettere in pratica “l’occhio del fotografo”

I) Revisione del lavoro fatto, consegna attestati di partecipazione  e brindisi di saluto

Non puoi in questo orario ? CLICCA QUI per leggere le

proposta alternative

CHE SERVE:  Una fotocamera digitale con batterie cariche e scheda con spazio disponibile. Facoltativo il blocco notes. I contenuti di ogni lezione verrano distribuiti alla fine della stessa.

COSTO: EURO 150 (CENTOCINQUANTA)

Per qualisasi tipo di ULTERIORE INFORMAZIONE

chiamami al

3711507605 

(anche whatsapp)

O scrivi dal blog

Per un CV di insegnante CLICCA QUI

Per una presentazione mia  in italiano CLICCA QUI

Per una storia professionale un po’ più dettagliata CLICCA QUI

THE SECRETS OF MY PHOTOGRAPHS.

Hello and welcome to my new adventure. Photography is my job since i was 21, that is, since 1984¦ I believe that, as any other freelance job, it doesn’t leave much room for anything else, so one must devote himself to it the most part of the day, week, life.

But, at the same time, one must not be swallowed up by this job, one must not get to a point where it’s hated, because if one hate this damn job, one can never take good pictures.

This is why i like to talk about photography just like i was used to in my early days. I’ve decided to tell everyone what’s behind some of my best pictures, mixing together anecdotes, their context and techniques. Continue reading

CORSO DI SECONDO LIVELLO: FOTOGRAFARE AL MEGLIO

Questo corso è incentrato sul  perfezionare la tecnica fotografica e metterla in pratica, anche  in condizioni “difficili”,    applicandola sempre alla composizione, che è la base della fotografia, parte del  corso è anche un approfondimento sul ritratto fotografico e sul fotoreportage. Il metodo del corso è tanto pratico quanto teorico. Ad ogni lezione teorica  seguirà la sua messa in pratica.

QUANDO :

OGNI MARTEDI : dal 6 Febbraio al 27 Marzo 2018

Dalle 21,00 alle 23,00

Le uscite si faranno nei fine settimana decidendo giorno ed orari a seconda delle disponibilità del gruppo, stesso dicasi per i luoghi,   che potrebbero variare a seconda dell’ubicazione della residenza degli iscritti

DOVE :

Nella mia sede in via Elbano Gasperi 40 a Portoferraio

In quanti:

PER RAGIONI DIDATTICHE IL GRUPPO SI COMPORRA’ DI UN MASSIMO DI OTTO PERSONE

Programma

1) Uso creativo della tecnica e della composizione. Dal mosso “calcolato” alla scelta dei colori, passando per la gestione del bianco e nero in digitale.

2)   Uscita pomeridiana per mettere in pratica i concetti appresi nell’incontro precedente

3)   Uso creativo del flash. Dal ritratto in pieno sole  all’illuminazione di un  ambiente

4)   Uscita per mettere in pratica i concetti appresi nell’incontro precedente

4)   Fotografia in condizioni di illuminazione difficili, come ottenere sempre il meglio

5 )  Uscita   all’imbrunire per mettere in pratica i concetti appresi nell’incontro precedente

6)   Ritratto e fotoreportage. Due generi accessibili. Dalla costruzione della storia alle basi del ritratto

7)  Uscita per mettere in pratica i concetti appresi nell’incontro precedente

8)  Revisione critica  dei lavori, consegna attestati, party di saluto

CHE SERVE:  Il requisito di partecipazione è conoscere le basi tecniche della fotografia e/o aver preso parte ad almeno un corso base. Inoltre : una fotocamera digitale con batterie cariche e scheda con spazio disponibile. Facoltativo il blocco notes. I contenuti di ogni lezione verrano distribuiti alla fine della stessa. Il requisito di partecipazione è conoscere le basi tecniche della fotografia e/o aver preso parte ad almeno un corso base.

COSTO:

EURO 150 (CENTOCINQUANTA)

Per qualisasi tipo di ULTERIORE INFORMAZIONE

chiamami al

3711507605 

(anche whatsapp)

O scrivi dal blog

GLI ALTRI MONDI

GLI ALTRI MONDI LI AVEVO VISTI NELLA MIA PRIMA VOLTA  FUORI EUROPA, IN INDIA E NEPAL IN VACANZA, GLI ATRI MONDI COMINCIA AD ESPLORARLI PROFESSIONALMENTE QUANDO MI RESI CONTO CHE POTEVVO FARLO,

INDIA 1996

THAILANDIA 1997

LAOS 1997

Imparare dalle altre culture, vivendoci nel mezzo è forse il più bell’aspetto dell’essere viaggiatore.

La macchina fotografica può diventare

la chiave d’accesso. 

GIA’ IN QUEL MIO PRIMO VIAGGIO ALL’ESTERO PER FOTOGRAFARE, NEL 1991, ME N’ERO ACCORTO. 

AVEVO SCOPERTO UN FESTOSO MOVIMENTO GIOVANILE LOCALE, I TRUMPS, SENZA CAPIRCI QUASI PER NIENTE IO ERO CON LORO A FOTOGRAFARE I LORO CONCERTI, I LORO RITROVI, DURANTE UN FESTIVAL ERO VICINO ALL’INGRESSO  E SENTII DEGLI ITALIANI RINUNCIARE AL CONCERTO ED OPTARE PER UNA BIRRA SOLO PERCHE’ SI PAGAVANO TREMILA LIRE (NIENTE ALLORA)..…..

E POI

E POI TI RITROVI CHE INVECE DI PARTIRE IN COMPAGNIA  PER LE SPENSIERATE VACANZE AGOSTANE PARTI DA SOLO PER REALIZZARE UN REPORTAGE, GUARDACASO VICINO A DOVE L’ANNO PRIMA SEI STATO IN VACANZA. 

POI SUCCEDE CHE NEL PRIMO PUNTO DA FOTOGRAFARE CI SON TRE GIORNI DI PERTURBAZIONE E TI TROVI IN UN BED AND BREAKFAST A GUARDARE LA TELE IN UNA LINGUA INCOMPRENSIBILE E A CHIEDERTI COSA STAI FACENDO LI.

ARRIVA IL SOLE E NULLA S’E’ PIU FERMATO.

…DA QUEI PRIMI GIORNI DELL’AGOSTO 1991 A CESKY KRUMLOV

IN FOTOGRAFIA SI MA….

Oltre che ai viaggi, nello stile di una famiglia di impiegati figli di operai formatasi durante il boom economico, sono cresciuto in mezzo alle macchine fotografiche, del mio babbo fotoamatore.

Dopo il diploma di Perito Agrario e quasi per scherzo cominciai ma piu che altro per necessità  a vedere se tiravo fuori due spiccioli dalle foto, erano anni che avevo la mia macchinetta e tutti mi dicevano che ero bravo….forse solo per farmi contento.

Però non mi sembrava possibile rendere commerciale quel tipo di fotografia che mi piaceva di più, quella dei viaggi, e che facevo quando chiudevo il mio studio di fotografia a Livorno in via Santo Stefano 16/A e me ne partivo per l’Europa, in autostop come sempre, ma anche in Inter rail ed auto.

Il lavoro di fotografo commerciale che svolgevo in città sostanzialmente non mi piaceva, trovai il mio coi viaggi. Anche se c’era da accettare dei compromessi che poi son la base del racconto fotografico e del giornalismo

FOTOGRAFARE  A TEMA

ITINERARI O CITTA’

CHIAVI DI LETTURA

LUCE BELLA PER INVOGLIARE AL VIAGGIO

RISTORANTE, ALBERGO SHOPPING  ED INFO PRATICHE

FOTOGRAFIA DI VIAGGIO

Con questo termine generalmente s’intende quel tipo di fotografia di terre più o meno lontane e sempre raggiunte durante un’esperienza di ricerca o semplicemente di evasione dalla propria quotidianità.

Herman Hesse, che nel suo libro L’azzurra lontananza, già nel 1903 descriveva la differenza fra turista e viaggiatore

Il turista è quella persona che viaggia con la casa sulle spalle, che vorrebbe riprodurre il suo ambiente dovunque, il viaggiatore è quella persona che invece si muove per scoprire e  per conoscere. 

OGGIGIORNO il mondo è più vicino

Lo si può  vivere in full immersion, lasciando la propria casa dov’è sempre stata, vivendo il ritmo dei luoghi, conoscendo le persone, imparando da esse. 

per fare il fotografo di viaggio bisogna saper far bene tutto, dall’architettura alle feste e le tradizioni, passando per il ritratto e il paesaggio, ovviamente. 

IMMAGINA

Immaginate quasi quarant’anni fa

subito dopo il periodo del movimento studentesco

subito prima della maggiore età 

Venti chili di meno e venti centimetri cubici di capelli in più

Prima dei baffi, prima di tutto. 

In autostop  sull’Aurelia con Sulla strada di Kerouac in tasca

Un’armonica a bocca e un taccuino sempre con se, spesso anche una fotocamera. 

Il personaggio in questione studiava agraria alle superiori a 90 km da casa

Il personaggio in questione aveva fatto ogni anno le vacanze con la famiglia

Sempre in un posto diverso più all’Elba, dai nonni paterni. 

Il viaggio l’aveva nel sangue

Il personaggio in questione con una cerchia ristretta di amici progettava una comune agricola dove viver fuori dal sistema

e dichiarava 

“se dovessi rimanere in città farei il giornalista e/o il fotografo”….

UN LAVORO CREATIVO

QUELLO DEL FOTOGRAFO E’ UN LAVORO CREATIVO. 

ANCHE I DA ME DETESTATISSIMI PAPARAZZI

LO SONO

IN UN MESTIERE CREATIVO

ANCOR PIU GESTITO IN PROPRIO 

FERMI NON SI PUO’ STARE

NON PUO’ ACCADERE DI RITROVARSI A FOTOGRAFARE QUEL SOLITO CAMPANILE ANTICO CON LA SOLITA  BELLA LUCE DELLE CINQUE DEL POMERIGGIO 

E NON RICORDARTI SE SEI IN VAL D’AOSTA O IN CALABRIA

Dopo quasi 15 anni di TUTTOTURISMOGENTEVIAGGITOURINGADESSO arrivò l’evoluzione e comInciarono i temi sociali, scientifici, attuali.

MI SURAMERICA

IL SUDAMERICA ARRIVO’ PER CASO E MI ENTRO’ TALMENTE SOTTO PELLE CHE MI E’ DURATO UNDICI ANNI, DI CUI QUATTRO E MEZZO COME RESIDENTE IN PERU. 

LA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO L’HO SVILUPPATA MOLTO IN QUEL CONTINENTE.

Quell’ultimo ponte

CERCANDO DI DISTINGUERE FRA PURA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO (TRAVEL)  E GEOGRAFICA

 

Salvador de Bahia, cuore africano del Brasile

QUELLA CHE E’ PURA E SEMPLICE HA SEMPRE UN PERCHE’, UNA MOTIVAZIONE.

MA LASCIA QUALSIASI TIPO DI PROBLEMA FUORI DALLA PORTA E NECESSITA DI UN COROLLARIO DI RISTORANTI, ALBERGHI, BAR

Enjoy Cuzco

QUELLA CHE IO FORSE SBAGLIANDO CHIAMO GEOGRAFICA PARLA DI LUOGHI ABITATI DA PERSONE E QUESTO POTREBBE BASTARE.

RUTA CUARENTA

AMAZING LIMA

AMAZING BOGOTA

 

CONSIGLI PER FOTOGRAFARE IN VIAGGIO

TROVA UN TEMA

APPROFONDISCILO PRIMA DI PARTIRE

FAI BENE I COMPITI PERCHE’ IL FOTOGRAFARE E’ COME UN ESAME ALL’UNIVERSITA’

DATTI TEMPO PER FOTOGRAFARE

IN CAMPO FAI L’ATTACCANTE MA COL SORRISO SULLE LABBRA, NON ESSERE TIMIDO, POTRESTI GENERARE REAZIONI NEGATIVE. 

DATTI TEMPO CON LE PERSONE CHE FOTOGRAFI

SVISCERA BENE LA STORIA CHE STAI NARRANDO

NEL COSTRUIRE IL TUO RACCONTO PER IMMAGINI TROVA LA MANIERA DI ESSER

SEVERO CON TE STESSO E SELETTIVO

IL TRINOMIO

Come “dialogare” con la fotocamera

La conoscenza de il relativo uso della luce è  utile  ad un pittore, ad un videomaker, ad un cineasta come a un fotografo, la differenza sta soltanto nel fatto che il fotografo deve saper trasferire queste cognizioni su del materiale fotosensibile  che sta dentro ad una scatoletta a chiusura ermetica che si chiama  fotocamera e con la quale bisogna assolutamente prender confidenza.

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Principio della camera obscura per il quale i raggi di luce formano un’immagine rovesciata

Molte fotocamere poche linee principali

Che siano banchi ottici , dove per  guardare il soggetto ci si mette un panno nero in testa come i fotografi di altri secoli, che siano mezzoformato, quelle dove si guarda tenendole sulla pancia, come i fotografi degli anni cinquanta, che siano normali reflex o mirrorless   o comunissime compatte tascabili , le fotocamere si basano tutte sullo stesso concetto.

 Si tratta di scatole a chiusura ermetica dove racchiudere del materiale sensibile alla luce (che una volta era  la pellicola adesso è  il sensore ) e  far passare la luce attraverso un orifizio di dimensioni regolabili  e per un tempo regolabile,  dal virtuale infinito  fino a infinitesimali frazioni di secondo.

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Davanti al buco c’è l’OBIETTIVO, ovvero un gruppo di lenti concave e convesse che montate in un certo ordine rimpiccioliscono l’immagine inquadrata fino alle dimensioni del supporto sensibile, la messa a fuoco, ovvero l’ottenimento della completa nitidezza , avviene ruotando una ghiera sull’obbiettivo che  sposta fra di loro le lenti interne, in maniera automatica o manuale.

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Rispetto alla camera obscura, ai banchi ottici e alle macchine mezzoformato, dove l’immagine si vede alla rovescia, come d’altra parte in fondo alla retina dell’occhio umano, le moderne fotocamere  reflex consentono di vedere il soggetto nel verso giusto grazie a un sistema a cinque  specchi  che raddirizza l’immagine, detto pentaprisma. Le mirrorless ( il cui nome significa prive di specchio)  e le fotocamere compatte si basano sul mirino esterno all’obbiettivo e sulla visione attraverso lo schermo LCD….di conseguenza sono le uniche con le quali si può rischiare di fotografare col tappo.

Il TRINOMIO

Ogni obiettivo è fornito del DIAFRAMMA, un sistema a lamelle concentriche con al centro un foto di dimensioni variabili che seguono una scala numerica che generalmente espressa in  f   che generalmente    va da un’apertura massima di   f 2.8 ad una minima di   f 22, ma si trovano anche ad apertura massima f 1,4 e minima  32 fino ad  f64 per le macchine a banco ottico.

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Ogni fotocamera è fornita di un OTTURATORE col quale alzare lo specchio o comunque far passare luce e  per esporre il materiale sensibile, ( pellicola o più comunemente sensore)

L’otturatore è programmato per essere aperto da tempi infinitamente lunghi fino a velocità di un quattomillesimo ma anche un ottomillesimo di secondo. Le fotocamere hanno preimpostate velocità d’otturazione a partire dai 30″

ATTRAVERSO IL GIUSTO ACCOPPIAMENTO FRA APERTURA DEL DIAFRAMMA E VELOCITA’ Di OTTURAZIONE 

SI OTTIENE L’IMMAGINE NELLA TONALITÀ’ COME LA SI VEDE DAL VIVO. 

Ne troppo scura ( che in fotografia si dice sottoesposta) ne troppo chiara ( che in fotografia si dice sovraesposta)

Dagli anni settanta del secolo scorso le fotocamere sono dotate di un esposimetro interno e di sistemi più o meno sofisticati in grado misurare la luce e stabilire automaticamente  il giusto tempo, il giusto diaframma oppure entrambi ; si tratta nell’ordine dell’automatismo a PRIORITÀ  DI DIAFRAMMA ( dove il fotografo stabilisce il diaframma e la fotocamera sceglie la velocità di otturazione)  , di quello a PRIORITÀ DI TEMPO ( dove accade l’esatto contrario) i e del PROGRAM (dove la macchina fa tutto da se) , per imparare a fotografare bisognerebbe accantonare il tutto e farlo manualmente usando la modalità MANUALE, col solo esposimetro della fotocamera, le moderne reflex digitali, però, hanno una struttura operativa che rende il lavoro in manuale più complesso, la lettura esposimetrica di per sé è più sofisticata di quella del sistema analogico, inoltre ci sono i correttori di esposizione per modificare  secondo necessita  le   l’esposizione nominale rilevata in automatico.

L’esposimetro non è altro che una cellula fotosensibile che legge la quantità di luce e la esprime in valori di esposizione siglati EV,

La velocità d’otturazione e il diaframma costituiscono poi la scelta giusta operata dal fotografo a seconda delle sue necessità pratiche ed interpretative.

Una sola luce tanti tempi e diaframmi

E’ evidente che un soggetto illuminato dal sole di mezzogiorno riflette più luce dello stesso illuminato dalla luna piena, è altrettanto evidente che fra questi due opposti ci sono moltissimi casi, ma anche la fotocamera ha molti tempi e molti diaframmi, proprio per la versatilità di casi che si presentano.

Bisogna innnanzitutto sapere che il valore di esposizione viene ” tradotto ” dalla macchina in una coppia tempo-diaframma ,  che tempi e diaframmi sono inversamente proporzionali fra di loro e che ogni valore di esposizione corrisponde in realtà ad una serie di coppie equivalenti, la scelta di quella più giusta dipende dalle caratteristiche del soggetto.

Supponiamo che i dati rilevati dall’esposimetro siano diaframma 8  e tempo 1/125 di secondo, scalando di un gradino verso la chiusura del diaframma e cioè a 11 si vedrà che per tornare ad “ o “ bisogna raddoppiare il tempo, mettere cioè 1/60mo di secondo.

 

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Una volta ben chiaro ciò sorge spontaneo chiedersi su che basi operare la scelta e non basta dire “dipende dal soggetto”, bisogna introdurre due concetti :

Effetto mosso e  profondità di campo

Comprendere l’effetto del variare della VELOCITA’ DI OTTURAZIONE è abbastanza intuitivo, bisogna sapere che con tempi più lunghi del 1/60 si rischia il mosso, con le reflex digitali si arriva a 1/15  ma oltre  lavorare a mano libera è un rischio: movimenti come il camminare per strada o il vento sul fogliame risultano comunque mossi. Dall’altra parte dal 1/250 in avanti i soggetti sono sempre più “congelati” nei loro movimenti.

Velocità otturazione 1/500 la modella correndo viene "congelata" dalla rapidità
Velocità otturazione 1/500 la modella correndo viene “congelata” dalla rapidità
Velocità otturazione 1/4 la modella correndo crea un forte effetto mosso
Velocità otturazione 1/4 la modella correndo crea un forte effetto mosso

 

Velocità otturazione 1/60 la modella correndo crea un leggero effetto mosso
Velocità otturazione 1/60 la modella correndo crea un leggero effetto mosso

 

Velocità otturazione 1/15 L'acqua che corre veloce crea un effetto speciale
Velocità otturazione 1/15 L’acqua che corre veloce crea un effetto speciale

 

Velocità d'otturazione 1/1000. L'acqua che scorre velocemente è quasi bloccata, si ha la percezione netta del torrente
Velocità d’otturazione 1/1000. L’acqua che scorre velocemente è quasi bloccata, si ha la percezione netta del torrente

 

L'effetto mosso mi permette di smorzare la staticità di una immagine
L’effetto mosso mi permette di smorzare la staticità di una immagine

 

In fotografia sportiva la velocità d'otturazione di 1/500 o superiore è necessaria per fissare l'azione
In fotografia sportiva la velocità d’otturazione di 1/500 o superiore è necessaria per fissare l’azione

 

 

 

La PROFONDITA DI CAMPO, invece è la capacità di avere nitidezza  dietro e davanti al soggetto ( generalmente un terzo avanti e due dietro ) ed aumenta col chiudersi del diaframma; allora, sempre con i valori standard di 8  e 1/125mo, devo fotografare un paesaggio e voglio tutto a fuoco, uso  il 1/15 poiché  il diaframma corrispondente è  22, ovvero tutto chiuso, devo fare un ritratto e isolarlo dallo sfondo uso f4 ( e non 2,8 che mi porterebbe delle sfocature anche sul soggetto ) e la velocità d’otturazione 1/500,  lo sfondo sfoca così tanto da staccare il soggetto.

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La scarsa profondità di campo convoglia l'osservatore sull'unico punto realmente a fuoco, le mani al lavoro
La scarsa profondità di campo convoglia l’osservatore sull’unico punto realmente a fuoco, le mani al lavoro

La forte profondità di campo fa apprezzare bene il paesaggio
La forte profondità di campo fa apprezzare bene il paesaggio
La scarsa profondità di campo permette la scelta di un piano a fuoco e sfoca il resto
La scarsa profondità di campo permette la scelta di un piano a fuoco e sfoca il resto

L’ultima variabile del trinomio è la SENSIBILITÀ’  ISO, un tempo proprietà delle pellicole, adesso, fortunatamente, delle fotocamere. Il sinonimo di sensibilità, in fotografia, è rapidità. Aumentano gli ISO e diminuisce il tempo della reazione fotoluminosa. In pratica si usa  in condizioni di scarsa luce e solo se ci sono soggetti che risulterebbero mossi con una sensibilità inferiore, si usa anche per congelare il movimento in condizioni di luminosità ottima ma pur sempre critiche. Lo standard della sensibilità rimane  100 iso e le moderne fotocamere arrivano anche a 12500 nominali, in interni poco luminosi, in teatro o ai concerti si fotografa bene dai 800 Iso in avanti.

Quando gli iso erano proprietà della pellicola si portavano dietro un problema di grana, ossia nel risultato finale erano visibili i “grani” che componevano lo strato sensibile. La “virtualizzazione” degli ISO portò inizialmente ad un disturbo elettronico simile in peggio alla grana ed ovviamente evidente col crescere degli ISO. Le fotocamere digitali delle ultimissime generazioni, però, non hanno rumore apprezzabile fino almeno ai 6400 ISO, ci sono anche sensibilità superiori e valori dichiarati H dove è più probabile la comparsa di rumore

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IN PRATICA

Tornando alla scelta tempo diaframma  prendiamo l’esempio di una foto avente come soggetto dei fondisti che tagliano un traguardo, sull’obbiettivo ho impostato  f 8  e l’esposimetro mi legge 1/125  voglio “congelare” l’attimo del traguardo uso il duecentocinquantesimo, sempre tenendo presente quel valore di esposizione che corrispondeva più sopra a  8  e 1/125mo allora diventerà 5,6 e 1/250; la corsa è di biciclette, vanno più veloci, uso il 1/500 e il diaframma sarà 4. Voglio un’immagine di corridori che sia evocativa, voglio un mosso uso il 1/15 e il diaframma diventerà 22. Se ipoteticamente  invece la luce è cosi scarsa (piove, le nuvole minacciano temporale, è l’imbrunire di un giorno nuvoloso) che con 100 iso ho un valore bassissimo, mettiamo 2,8 e 1/30, ci saranno dei seri problemi nel congelare il momento del taglio del traguardo, bisognerà alzare la sensibilità ameno fino a 400 ( che è il doppio del doppio di 100) per arrivare a 1/125 e a 800 ISO, che è il doppio di 400, per raggiungere il 1/250 con  congelamento incluso

© Federico Tovoli Photojournalist

Disegnare con la luce

 

La parola fotografia viene dal greco  e significa all’incirca

SCRIVERE CON LA LUCE

Dato che il fotografare significa riportare su materiale sensibile alla luce, forme e colori esistenti nella realtà  sarebbe più appropriato definire la fotografia

Disegnare con la luce

L'ora magica del giorno, quando in cielo c'è sempre luce e si accendono le luci artificiali, incluso sui monumenti
L’ora magica del giorno, quando in cielo c’è sempre luce e si accendono le luci artificiali, incluso sui monumenti

La luce è l’elemento fondamentale 

L’immagine si crea attraverso una reazione del materiale sensibile alla luce

La qualità della luce è la componente principale per la buona riuscita di una fotografia

Haw Pha Kaew statue./ Vientiane/Laos
Haw Pha Kaew statue./ Vientiane/Laos. Foto tutta basata su una luce laterale proveniente da un finestrone.

Pensiamo ad un  quadretto agreste alla toscana, un podere abbandonato, due cipressi e un bel campo di zolle davanti  , pensiamolo a mezzogiorno in piena estate, con la caligine e il sole allo Zenith, ripensiamolo nel tardo pomeriggio, con il sole basso sull’orizzonte, l’ombra su una parte dei cipressi e delle zolle  e quei bei colori caldi .

Pensiamo a una bella facciata di una chiesa rinascimentale, con bassorilievi, nicchie e sculture, pensiamola in una cupa giornata d’inverno e ripensiamola alle nove del mattino di una tiepida assolata  giornata di maggio.

Arriviamo ora su un belvedere montano in pieno agosto, in pieno giorno, quando giù a valle fa troppo caldo, la foschia fa soltanto intravedere le montagne più lontane, tutta la valle è investita da uno strato di strana nebbiolina, il  cielo è quasi tutto bianco.Torniamo nello stesso belvedere in una bella giornata di novembre, quando non c’è una nuvola in cielo, tutto splende, sia i monti che la valle sembrano così a portata di mano da poterli toccare, si riescono a distinguere dei dettagli che in estate non si erano notati.

Neanche il più esperto dei fotografi riuscirebbe a tirar fuori una foto passabile da un quadro rurale a mezzogiorno, da una chiesa barocca in una cupa giornata di novembre o da un panorama montano in un giorno di foschia,

perché …… manca la  “ buona luce “

During a mass in San Xavier church/Chiquitania/Bolivia
During a mass in San Xavier church/Chiquitania/Bolivia. Foto basata sulla luce a taglio che crea un forte contrasto fa ombre e luci

Comunque la parte dell’illuminazione in fotografia è quella dove tutto è relativo, un paesaggio a mezzogiorno in estate non renderà mai come nel tardo pomeriggio, ma dei ritratti o delle figure fotografate in ombra o in interni alla stessa ora vanno  benissimo  poiché la quantità di luce che c’è rende l’ombra molto luminosa ( basti pensare a quanto sia luminosa una stanza della propria casa in estate in una giornata di sole e quanto poco lo sia in inverno) . Un servizio fotografico  di moda, con bei vestiti dai colori accesi, davanti alla stessa chiesa barocca in quel giorno cupo di novembre esalterà di gran lunga i colori.

Insomma, prima di eseguire una fotografia bisogna sempre valutare il tipo di luce e decidere se fotografare o meno.

LUCE E LUCI

La luce si divide in due grandi categorie, quella naturale e quella artificiale. E’ abbastanza logico che la prima è quella solare oppure lunare , la seconda invece è data da tutte le altre forme di illuminazione presenti in natura o create dall’uomo : il fuoco, la candela, la lampadina, il neon, i lampioni ecc..

Sunday evening at Glorieta de Belgrano. Buenos Aires/Argentina
Sunday evening at Glorieta de Belgrano. Buenos Aires/Argentina

In entrambe lel categorie, comunque si manifesta in tre maniere principali

DIRETTA 

The granadilla is the flagship product of agriculture Huancabamba.
The granadilla is the flagship product of agriculture Huancabamba./Amazon area/Peru

DIFFUSA

Wat Phra Mahatat's Buddha on the roots
Wat Phra Mahatat’s Buddha on the roots/Ayuthaya/Thailand

RIFLESSA

In a marble art workshop in Pietrasanta/Lucca/Italy
In a marble art workshop in Pietrasanta/Lucca/Italy

Sebbene l’atmosfera stessa sia considerata un diffusore, la luce del sole senza nubi è considerata diretta, come quella di una lampada a incandescenza senza alcuna protezione, ma se una lampada a incandescenza si comporterà sempre nella stessa maniera, quella del sole varierà di intensità, di colore e di posizione durante la giornata, cambiando le carte in tavola in ben poco tempo.

La luce solare che penetra attraverso le nuvole, quella di un lampadario  da salotto  in cui la sorgente luminosa sta dentro a un globo opaco, sono considerate luci diffuse,ovvero si tratta di un’illuminazione filtrata da una superficie prima di raggiungere il soggetto.

la luce solare  che batte sul retrovisore di uno scooter ed illumina la faccia del guidatore crea una luce riflessa, la luce di un muro bianco che illumina l’ombra è luce riflessa

La  luce riflessa  è quella che viene rinviata sul soggetto da un corpo riflettente . Non necessariamente uno specchio

In entrambe le categorie, e in tutte e tre le maniere la luce ha la proprietà fondamentale di esaltare o smorzare i colori di una scena, di dare più o meno plasticità ai soggetti.

L’ombra è la conseguenza della luce, quella diretta crea ombra forte, quella diffusa e riflessa la crea  debole e in molti casi la annulla. 

Una fotografia oggi la si guarda su un monitor, su un supporto cartaceo ed anche su altri supporti reali le più volte opachi, ma pur sempre di due dimensioni, base e altezza.

La fotografia è uno strano gioco in cui si cerca di inserire una terza dimensione dove mai ci sarà.

In questo caso l’ombra gioca un ruolo fondamentale

Valles Calchaqui/ North Argentina along Ruta 40
Valles Calchaqui/ North Argentina along Ruta 40

TOSCANISSIMA

 

Toscanissima è un’esplorazione lenta di una delle più belle zone della Toscana, la Val d’Orcia, quella Toscana delle dolci colline e dei cipressi che è impressa nell’immaginario collettivo globale. Insieme costruiremo un fotoreportage basato sulla natura, la mano dell’uomo, le tradizioni e la gente di quei luoghi. Scopriremo gli antichi borghi di una civiltà contadina millenaria, ancor presente ma non ferma nel tempo. Ci immergeremo in un paesaggio rurale armoniosamente  plasmato dalla mano dell’uomo. Facilitati dall’alloggiare  in zona saremo nei posti giusti all’ora giusta per la luce giusta. Impareremo come far diventare il nostro lavoro fotografico un reportage di viaggio vero e proprio.

Scopri  po’ di più su di me

Il mio CV di insegnante di fotografia

Le mie foto preferite

Fotogallery della zona

Come, Quando e Quanto

Soggiornando in Hotel o Agriturismo nella zona con incluso prima colazione, 2 cene + 1 degustazione di vino e formaggio Pecorino, il workshop  e il  trasporto in minibus con autista professionista.

Dal 22 al 25 Aprile 2017

3 giorni 2 notti

E con le seguenti tariffe

Gruppo fino a 10 persone

Euro 379 a persona  in camera matrimoniale o con letti separati

Euro 444 a persona per camera matrimoniale ad uso singola

SIAMO DISPONIBILI A PERSONALIZZARE L’OFFERTA IN BASE AD ESIGENZE DA PARTE VOSTRA 

PER QUALSIASI INFORMAZIONE TECNICA E SUI CONTENUTI DEL WORKSHOP

utovoli@federicotovoli.com

PER PRENOTAZIONI E TUTTO L’ASPETTO LOGISTICO

info@wineandtours.it

Toscanisima de Verano

Como serà

Paso a paso vamos a conocer la Valdorcia, una zona mondialmente conocida por su paisaje de hermosas colinas y cipresos, aquel paisaje tan tipico y hermoso, moldeado desde la edad media por la mano del hombre, que ha permitido a toda la zona de convertirse en “Parque Artistico, Natural y Cultural”. Llegaremos a Iglesias medievales en el medio de la naturaleza, pueblos de piedra antigua y de gente simpática y amable nos daran la ocasión para realizar un cuento de viaje fenomenal. Mas que un viaje lento sera una verdadera profundización de esta maravillosa zona. Les acompañaré a descobrir todo esto, fotografiando las tipicidades, estando en el justo lugar a la hora mas apropiada para capturar la magia del paisaje pero tambien conocendo las obras de arte antigua, la artesania y los productos de la tierra, el rico queso y el buen vino tinto y fotografiando todo esto de la manera mejor. Aportaré toda mi profesionalidad y experiencia de “fotoreportero-viajero” para que uds lleven a su casa un verdadero fotoreportaje del viaje”.

Conoceme mas 

ITINERARIO

PRIMER DÍA  Transferencia del aeropuerto internacional de Roma Fiumicino al alojamientos en Val d’Orcia + Cena de Bienvenida

SEGUNDO DÍA  Presentación de la gira y charla sobre como armar el reportaje de viaje + Visita de Siena con Museo OPA + Cena – Entrada a la catedral de Siena adicional

TERCER DÍA  Visita de San Quirico d’Orcia con los famoso cipréses y Podere Belvedere + visita de una fábrica de pastas + Cena

CUARTO DÍA  Visita de los pueblos de Bagno Vignoni y Castiglione d’Orcia + Cena – Entrada al Spa extra

QUINTO DÍA  Visita de Montalcino con degustación de vino Brunello + foto de la Iglesia St.Antimo + Cena

SEXTO DÍA  Excursión de La Foce con la famosa calle con el ciprés + Visita de Monticchiello con las fotos de la famosa calle con ciprés + reunión con la Compañía de “Taetro Povero” con una visita al Museo Tepotratos + Cena

SÉPTIMO DÍA  Visita con degustación de Pecorino di Pienza, pasando por la Iglesia de Vitaleta, Visita de Montepulciano con degustación de vino Nobile + Cena

OCTAVO DÍA  Homenaje a saludar y traslado al aeropuerto de Roma Fiumicino

Mi CV como profesor de fotografia

Galeria de fotos de la zona

Como, Cuando y Cuanto

DESDE el 09/09/2017  HASTA el 17/09/17

…..con las siguientes  TARIFAS

GRUPO MAX 6 PERSONAS en Minibus con chofer profesional

da € 1539 por persona en habitación matrimonial o doble

de € 1699 por persona en habitación matrimonial para 1 persona

GRUPO MAX 15 PERSONAS en Minibus con chofer profesional

da € 1229 por persona en habitacion matrimonial o doble

da € 1359 por persona en habitacion matrimonial para 1 persona

El paquete incluye  7 (siete)  noches en alojamientos exclusivos, con desayunos, cenas completas incuido bebidas, degustaciones y  actividades, todo incluido.

ESTAMOS  DISPONIBLES A MOLDEAR NUESTRA OFERTA EN BASE A SUS EXIJENCIAS

Para cualquier informacion tecnica y/u sobre el contenido del workshop por favor contacteme a la siguiente direccion de correo electronico

utovoli@federicotovoli.com

Para reservas y  cualquier informacion logistica

info@wineandtours.it

TOSCANISIMA de Primavera

Como serà

Paso a paso vamos a conocer la Valdorcia, una zona mondialmente conocida por su paisaje de hermosas colinas y cipresos, aquel paisaje tan tipico y hermoso, moldeado desde la edad media por la mano del hombre, que ha permitido a toda la zona de convertirse en “Parque Artistico, Natural y Cultural”. Llegaremos a Iglesias medievales en el medio de la naturaleza, pueblos de piedra antigua y de gente simpática y amable nos daran la ocasión para realizar un cuento de viaje fenomenal. Mas que un viaje lento sera una verdadera profundización de esta maravillosa zona. Les acompañaré a descobrir todo esto, fotografiando las tipicidades, estando en el justo lugar a la hora mas apropiada para capturar la magia del paisaje pero tambien conocendo las obras de arte antigua, la artesania y los productos de la tierra, el rico queso y el buen vino tinto y fotografiando todo esto de la manera mejor. Aportaré toda mi profesionalidad y experiencia de “fotoreportero-viajero” para que uds lleven a su casa un verdadero fotoreportaje del viaje”.

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ITINERARIO

PRIMER DÍA  Transferencia del aeropuerto internacional de Roma Fiumicino al alojamientos en Val d’Orcia + Cena de Bienvenida

SEGUNDO DÍA  Presentación de la gira y charla sobre como armar el reportaje de viaje + Visita de Siena con Museo OPA + Cena – Entrada a la catedral de Siena adicional

TERCER DÍA  Visita de San Quirico d’Orcia con los famoso cipréses y Podere Belvedere + visita de una fábrica de pastas + Cena

CUARTO DÍA  Visita de los pueblos de Bagno Vignoni y Castiglione d’Orcia + Cena – Entrada al Spa extra

QUINTO DÍA  Visita de Montalcino con degustación de vino Brunello + foto de la Iglesia St.Antimo + Cena

SEXTO DÍA  Excursión de La Foce con la famosa calle con el ciprés + Visita de Monticchiello con las fotos de la famosa calle con ciprés + reunión con la Compañía de “Taetro Povero” con una visita al Museo Tepotratos + Cena

SÉPTIMO DÍA  Visita con degustación de Pecorino di Pienza, pasando por la Iglesia de Vitaleta, Visita de Montepulciano con degustación de vino Nobile + Cena

OCTAVO DÍA  Homenaje a saludar y traslado al aeropuerto de Roma Fiumicino

Mi CV como profesor de fotografia

Galeria de fotos de la zona

Como, Cuando y Cuanto

DESDE el 20/05/2017  HASTA el 28/05/17

…..con las siguientes  TARIFAS

GRUPO MAX 6 PERSONAS en Minibus con chofer profesional

da € 1539 por persona en habitación matrimonial o doble

de € 1699 por persona en habitación matrimonial para 1 persona

GRUPO MAX 15 PERSONAS en Minibus con chofer profesional

da € 1229 por persona en habitacion matrimonial o doble

da € 1359 por persona en habitacion matrimonial para 1 persona

El paquete incluye  7 (siete)  noches en alojamientos exclusivos, con desayunos, cenas completas incuido bebidas, degustaciones y  actividades, todo incluido.

ESTAMOS  DISPONIBLES A MOLDEAR NUESTRA OFERTA EN BASE A SUS EXIJENCIAS

 

OTRAS FECHAS

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Mi experiencia como profesor

Club de Fotografia del Peru Lima

Curso de fotoretrato en studio, curso di fotoretrato en luz natural, curso di travel photography, de Marzo 2013 a noviembre 2015

Taller de fotografia de viaje “Toscanisima”

(Valdorcia 15-23/9/2016)

IPAD (Istituto Peruano de arte y diseño) Lima

Curso basico anual, Fotografia para carrera de diseño grafico, taller de fotoperiodismo, taller  : Ser fotoreportero en la era digital

Enero 2013-Diciembre 2014

Centro de la Imagen Lima

Taller: The Story-teller

4-29/05/2012

Escuela de Arte Edit Sachs Lima

Curso  de fotoperiodismo

Enero  2012-Diciembre 2013

Associazione dei lucani del Peru Lima

Curso basico

enero-marzo 2012

Shoot4change

Taller: “Parlare per immagini nella fotografia sociale”

Pisa (Italia) Maggio 2011

Scuola Italiana di Fotografia Napoli

Master di fotografia professionale, seccion fotoperiodismo.

Enero-Diciembre 2010

Taller “In Viaggio”. Dicembre 2016

I ragazzi del corso

Workshop de fotoperiodismo Rosignano Solvay (LI) Invierno 2009-2010

British School Livorno:

Fotografia para carrera de diseño grafico 2009

Fundacion Museo de las Conceptas y Universidad de l’Azuay

Cuenca/Ecuador

Curso basico

Octubre 2008

Arci, Comitato di Livorno , Centro di educazione permanente

Curso basico y de segundo nivel

Desde el  1992 hasta el  1994 y desde  Noviembre 2000  hasta Abril 2011

Arci, Comitato di Pisa

Curso basico

Otoño2001

Arci, Casa del popolo 25 Aprile, Firenze

Curso basico

Primavera 2005

Ass.ne capo di Buona Speranza/Centro Giovani Comune di Portoferraio

Curso basico y de segundo nivel

Primavera 2007

Primavera 2008

ISIS Niccolini Palli, Livorno

Curso basico

Anno scolastico 2002-2003

Isis Fermi, Cecina

Curso basico

Anni scolastici  2004-2005 e 2005-2006

Progetto Giovani, comune di Vicopisano

Curso basico

Primavera 2004

Direzione didattica di Collesalvetti

Capacitacion profesoras

Año escolar 1999-2000

TOSCANISIMA Photogallery

PERUVIAN SHAMAN (SHIPIBO)

It takes 24 hours with an awful public boat along the Ucayalli river to get to the Shipibo village of Cacomacaya, south of Pucallpa. This lady is the local shamen, she gave me the shipibian name of Yonnosoi, before singing an “icaro” which i recorded and then lip-synced with the movie i took with my Nikon D300s. But i also wanted to capture the depth of her expression with a picture. The totally open diaphragm was the proper choice in order to avoid any other distraction.

 

Year 2011. Camera Nikon D300. Diaphragm 2,5. Time 1/320″. Lens Nikkor 50mm F1.8 AF

LA HIGUERA BOLIVIA

I guess it was my first of five days spent in a small village where Ernesto Che Guevara was killed back in 1967. The place is still a very poor village lost in the mountains Of Southern Bolivia. Pictures of Che Guevara and his soldiers are eveywhere. I got acquainted with local kids and Jorge Luis was intrigued by the changing of numbers of the exposure counter of my camera anytime i was varying the compression algorhythm (i explained to him the theory of compression using an A4 size sheet of paper). The strange dualism between Che and the Cross had already made me take a few pictures, but with Jorge Luis and the moon just up in the sky, i couldn’t help but taking one more. This picture has always been hard to manipulate in the post-production phase.

Year 2006, camera Nikon D100 diaphragm   4  speed 1/125”  lens Nikkor 80-200

Story : http://federicotovoli.photoshelter.com/gallery/Che-trail-BOLIVIA/G0000PSZDIgIUtWM/C0000hKMUV0CJoXs

NEULAND PARAGUAY

When i spent three days in the newest of the three mennonite comunities in the western part of Paraguay, i just had 11 minutes of sun: that’s when i took this picture. I was going back to the hotel when i realized that the sun was coming out of the clouds just a few minutes before the sunset. It was the right time for me to capture the daily life of that outpost of civilization in the Chaco desert, so i set myself near a crossroad facing the wide open countryside. I used slow speed in order to achieve something special. Some people asked me if this picture had been photoshopped, but no, the colors are real and strong and the foregrounding sharp green is simply due to a chromatic imbalance between the fluorescence of the public lighting and the real light.

Year 2007. Camera Nikon D100. Diaphragm  4      speed 1/3“      Lens Nikkor 12-24 f 4

Storia : http://federicotovoli.photoshelter.com/gallery/In-the-name-of-Menno-PARAGUAY/G00001sc7tmlAXYE/C0000hKMUV0CJoXs

DUSK ON CACHI SQUARE. ARGENTINA

When I finally made up my mind about making the “big-ass reportage” on the longest road of Argentina, the ” Ruta Nacional Cuarenta”, i spent a few days in the nice village of Cachi, since it was right on my path.
When capturing its daily life with my pics, i lingered a bit longer watching the swarming of people in the Plaza des Armas. The strenght of this image, i think, lies in the dreaming facial expression in almost one of the thirds of the image of that kid in the foreground, all further reinforced by the cromatic imbalance between the sky and the public lighting

TURNO POMERIDIANO O INTENSIVO DOMENICALE

Se l’orario serale del CORSO BASE non fa al caso tuo

VIENI NEL TARDO POMERIGGIO

Ovvero stiamo parlando dei lunedì con inizio e fine nelle stesse date del CORSO BASE SERALE, ovviamente stessi costi e stessi contenuti

DALLE 18,00 alle 20,00

Alrtimenti ci sono le  

DOMENICHE  DELLA FOTOGRAFIA

Questo progetto è più concentrato e meno formale del precedente, tutto in un giorno non si può fare per cui il programma è un po’ più ridotto, costa anche meno e parte il  11 Febbraio 2018, altre date potrebbero aggiungersi ma fino a nuove comunicazioni c’è solo questa. Nello stesso luogo e con lo stesso spirito del corso base settimanale

 Le uniche cose  che cambiano sono

 L’ORARIO  e il PREZZO

Orario 10,00- 18,30

PREZZO  Euro  90 (NOVANTA)

PROGRAMMA

 

 

A) CONOSCERE LA FOTOCAMERA.

La triade tempo diaframma iso, fondamento per fotografare

B) L’OCCHIO DELLA FOTOCAMERA

Obiettivi e loro uso

C) CONOSCERE DI PIU’ LA FOTOCAMERA.

Il digitale, dal sensore ai settaggi del colore tutto quel che c’è da imparare per ottenere sempre un ottimo file

D) USCITA cittadina per la messa in pratica generale di tutto quel che è stato appreso

E) L’OCCHIO DEL FOTOGRAFO.

Imparare a comporre ma anche qualcosa di piu, imparare il linguaggio fotografico

H )  IL DOPO.

Concetti di fotoritocco e postproduzione dell’immagine attraverso i softwares piu comuni

 

Per qualisasi tipo di ULTERIORE INFORMAZIONE

chiamami al

3711507605 

(anche watsapp)

O scrivi dal blog

Per un CV di insegnante CLICCA QUI

Per una presentazione mia  in italiano CLICCA QUI

Per una storia professionale un po’ più dettagliata CLICCA QUI

FOTOGRAFIA DI VIAGGIO

Nella vita mi è successo di fare di mestiere il fotografo di viaggio e, siccome mi piace insegnare e trasmettere, con questo corso impareremo tutte le tecniche e tanti trucchetti  per fare del proprio viaggio, che sia vicino come lontano, un vero e proprio fotoreportage, dalla pianificazione fino alla giusta scelta delle fotografie per mostre, portfolios, concorsi e riviste.

QUANDO:

OGNI MERCOLEDI dal  8 NOVEMBRE 2017

al 13 DICEMBRE 2017

Dalle 21,00 alle 23,00

Nove incontri di cui uno totalmente pratico in orario diverso da stabilire a gruppo formato

DOVE: 

Nella mia sede in via Elbano Gasperi 40 a Portoferraio

PER RAGIONI DIDATTICHE IL GRUPPO SI COMPORRA’ DI UN MASSIMO DI OTTO PERSONE

Programma

 1) Che cos’è la fotografia di viaggio.

Dalla esatta definizione passeremo all’ideazione e alla pianificazione di un fotoreportage di viaggio e poi “Organizziamo la partenza”: dalla giusta attrezzatura arriveremo fino a tutti gli accorgimenti pratici e indispensabili per “lavorare bene”

2) Architettura e paesaggio.

Impareremo come applicare  al meglio nel viaggio questo genere fotografico

3) Fotografare la gente

Dal ritratto alla fotografia sul campo impareremo come farsi accettare ed ottenere le foto migliori

4) Lavoro e tradizioni

Impareremo come trarre il meglio dalle attività lavorative e tradizionali che incontriamo. Impareremo come si fotografa una festa tradizionale ovunque nel mondo, una manifestazione religiosa e dulcis in fundo il cibo, parte della vita e del viaggio stesso

5) Editing. Il difficile terzo tempo

Criteri di scelta, di disposizione sequenziale delle immagini. La parte dififcile del lavoro ma indispensabile per ogni tipo di presentazione, Impareremo coem affrontarla al meglio grazie ad alcuni softwares e al giusto atteggiamento mentale

6) Uscita per realizzare un  reportage di viaggio

7) Revisione del lavoro fatto, consegna attestati di partecipazione  e brindisi di saluto

CHE SERVE:  Una fotocamera digitale con batterie cariche e scheda con spazio disponibile. Facoltativo il blocco notes. I contenuti di ogni lezione verrano distribuiti alla fine della stessa.

COSTO: EURO 150 (CENTOCINQUANTA)

Per qualisasi tipo di ULTERIORE INFORMAZIONE

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L’ACCOLTA. ITALY

This photo is perhaps the only one that was taken without it being part of an assignment or a self made photo reportage. Here where i live, Elba Island, Tuscany, Italy, the religious ceremony of the Accolta is maybe the only historic tradition that remains intact since the days when tourism was the only economic resource of this island. During the morning of the Good Friday a parishioners exchange between twin villages takes place. The congregation of San Piero in Campo goes and pray inside the church of Salnt Ilario in Campo and viceversa. They all go in procession and it may happen before dawn, if Easter occurs late in the calendar. I was teaching a photography class and my students insisted to go and take pictures the event. I seized the opportunity. I had no other way to shoot than by using the flash in open mode in order to catch the very first weak lights of dawn. Year 2007. Camera Nikon D100. Diaphragm f 5,6. Time 1“. Lens Nikkor 12-24mm.

Exibitions MOSTRE

 

 

Causes et Consecuences 

Galerie Faits et Causes/ Paris

Dicembre 2015 – Gennaio 2014

Progetto Ande/ Fondazione Albero della Vita

Festival Latinoamericando. Milano estate 2012

Refugiados colombianos en Ecuador

Festival della fotografia mediterranea Lecce Dicembre 2011

PopoliEculto

Mostra finale del corso avanzato di fotografia con  Arci Formazione

Festa Proviciale del PD, Livorno Luglio 2011

Cocaleros

Semana de la fotografia de Barcelona Ottobre 2010

I ragazzi del corso

Mostra finale dell’omonimo corso avanzato di fotografia

Consorzio Nuovo Futuro Rosignano Solvay (LI) Marzo 2010

Liberefacce

Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia  Maggio 2010

Festival della fotografia mediterranea Lecce Dicembre 2011

EstateLiberi!!!!

Dire e Fare. Firenze. Autunno 2009 Settimana del consumo critico. Bergamo. Autunno 2009

Unicoop Borgo San Lorenzo. Firenze. Autunno 2009

Mirando a las americas:

Collettiva Roma, Imperia (Italia) Primavera 2008

Mi Suramerica

12mo Meeting Antirazzista. Livorno Estate 2009

Ass.ne il Refugio Livorno Marzo 2011

Il Ritorno del Che in Bolivia

Livorno sala circoscrizione 2. Primavera 2007

Pisa fotoclub Imago. Primavera 2007

Roma cineclub Alphaville. Primavera 2007

Taneto di Gattatico.(RE), club Fuori Orario. Primavera 2007

Ordinary People

Caffè Mediterraneo, Cral Stanic. Livorno Primavera1998

L’angolo di Borgo. Pisa. Autunno 1998

Art Café. Cecina (LI). Primavera 2004

Giovani Fotografi ’92

Colettiva: Milano e Torino. Primavera 1992

Hanging ‘Round

Livorno Villa Sansoni. Settembre 1987

Livorno. Club The Cave. Inverno 1990

Antologica

Col fotografo Marco Canapa:

Livorno sala circoscrizione 2. Maggio 1985

Storia lavorativa

Se devo parlare del mio lavoro lo faccio in prima persona

Sono uno dei tanti ex fotoamatori che ha fatto del suo hobby   un lavoro, col particolare che  è successo in quei tempi “assai remoti”  in cui non tutti, come adesso, erano fotografi. Figlio di un dirigente scolastico fotoamatore, a sette anni ero in camera oscura ad aiutarlo, a tredici ebbi la mia prima macchina ( una Kodak retina ) e con la paghetta mi ci compravo i rullini per documentare la mia vita di adolescente fra fine anni settanta e inizi ottanta. Dopo la Maturità la scelta di non iscrivermi all’Università fece di me un disoccupato, la scelta di “provarci con la fotografia” in attesa che accadese qualcos’altro fu una via di fuga da lavoretti sottopagati e senza futuro…e ci sono rimasto incastrato. In altre parole ho imparato il mestiere facendolo, sbagliando, studiando, consultandomi, documentandomi etc..

Inizialmente  avevo clienti privati, poi arrivo’ un po’ di lavoro per le piccole imprese locali . Nel 1985, un anno e mezzo dopo aver preso la partita IVA, apriii uno studio fotografico. Fu un’esperienza estremamente formativa per quanto riguarda l’uso della luce artificiale  e naturale e per il lavoro col grande formato.

Ma non era il mio…

Da sempre appassionato di musica dal 1988 al 1996 sono stato il fotografo della redazione spettacoli de Il Tirreno ( quotidiano livornese ai tempi il più venduto fra i non nazionali) , in tempi di pellicola in bianco e nero e stampare in fretta, tutti i concerti rock, jazz, blues, new wave ed anche un po’ di classica che passavano dalla Toscana me li son visti e fotografati.

Da sempre appassionato di viaggi in agosto chiudevo lo studio e mi mettevo sulle strade dell’Europa facendo quel tipo di fotografia che mi piaceva e che mi sembrava però invendibile. Al mio ritorno c’era sempre una serata  di proiezione diapositive per gli amici. Nel 1989, dopo un viaggio in Himalaya, il primo fuori Europa, le foto proiettate fecero un gran successo e cominciai a pensare a come farle vedere alle riviste di turismo. Fu molto meno difficile del previsto iniziare a collaborare col Touring, Gente Viaggi, Tuttoturismo e le testate Mondadori. Essendo un tipo di lavoro che era “più mio” rispetto ad altri ci investii molto, dal cambio dell’attrezzatura al viaggiare per fare reportages e non per vacanza…fino al chiudere lo studio, nel 1993, per obsolescenza. Per vendere meglio e di più sono stato rappresentato da varie agenzie. La “Tondini”, poi la Marka, la Nazca Pictures e dal 2008 la Contacto (Madrid). Non ho abbandonato il mio interesse per la musica e oltre ad alcune copertine (Blues Harbour, Snaporaz) dal 1998 fino al 2011 sono stato fotografo ufficiale del Premio Ciampi città di Livorno.

Nel frattempo, ancora all’epoca dello studio, mi sono inventato i corsi di fotografia, ce n’erano pochi all’epoca, perché tutti non erano fotografi. Negli anni si è trasformata in un’attività redditizia che è cominciata con l’ ARCI, è passata per alcune scuole medie superiori fino alla Scuola di Fotografia di Napoli, è venuta con me in Sudamerica.  

http://www.blog-federicotovoli.com/wp-admin/post.php?post=606&action=edit

Il Sudamerica è iniziato per caso ai tempi della Nazca Pictures…ed è stato amore a prima vista. Una mentalità più semplice e tranquilla, un’idenità culturale forte e mista. Una facilità incredibile, rispetto all’Europa, per produrre reportages e, last but not least a costi ridottissimi. Il primo anno fu solo Peru con quattro storie fra il geografico e il sociale, il secondo fu la novità del presidente cocalero in Bolivia e i quarant’anni dalla morte del Che Guevara da farsi in anteprima.

Ho percorso il Rio delle Amazzoni dalla foce a Manaus, ho visitato le etnie native di Amazzonia e della Sierra Nevada, ho fatto la Ruta Cuarenta, la piu lunga dell’Argentina, dal confine boliviano fino allo stretto di Magellano. Ho conosciuto la gente vittima dell’inquinamento della Texaco e i coltivatori di coca boliviani.

Con la crisi che attanagliava l’Italia e l’Europa nel 2011 mi son trasferito in Peru, paese in notevole crescita, ed al produrre reportages ho affiancato l’attività di insegnante nelle migliori scuole di fotografia del paese ( Centro de la Imagen, IPAD, Club de Fotografia del Peru) ed ho anche lavorato per alcune ONG italiane come VIS, MLAL e Fondazione Albero della Vita.

Ford Foundation e Davines Spa sono stati clienti non editoriali coi quali ho lavorato dal Peru.

Sono rientato in Europa nel dicembre 2015 perché la professione fotografo è in evoluzione continua e adesso si gestisce meglio da qui. Non certo ho abbandonato il sudamerica, in Settembre 2016 ho portato  i miei allievi peruviani in uno workshop in Valdorcia, altri progetti sono all’orizzonte

Esperienza di insegnamento della fotografia

Isis Carducci Porto Azzurro

Progetto Occhi Magici

(Educazione all’immagine per la scuola, media inferiore)

Dicembre 2017- febbraio 2018

 

Corsi di Fotografia Portoferraio

Corsi base gestiti in proprio

Febbraio-Marzo  e Ottobre-Dicembre 2017

Club de Fotografia del Peru Lima

Corso di fotoritratto in studio, corso di fotoritratto in esterni, corso di travel photography, workshop di travel photography “Toscanisima”

(Valdorcia 15-23/9/2016_01/09/10/2018)

Da Marzo 2013

IPAD (Istituto Peruano de arte y diseño) Lima

Corso base annuale, Fotografia per il corso di grafica pubblicitaria, fotogiornalismo, workshop : Esser fotoreporter nell’era digitale

Gennaio 2013-Dicembre 2014

Centro de la Imagen Lima

Workshop : The Story-teller

4-29/05/2012

Escuela de Arte Edit Sachs Lima

Corso  di fotogiornalismo

Gennaio  2012-Dicembre 2013

Associazione dei lucani del Peru Lima

Corso base

enero-marzo 2012

Shoot4change

Workshop : “Parlare per immagini nella fotografia sociale”

Pisa (Italia) Maggio 2011

Scuola Italiana di Fotografia Napoli

Master di fotografia professionale, sezione fotogiornalismo. Gennaio-Dicembre 2010

Workshop “In Viaggio”. Dicembre 2016

I ragazzi del corso

Stage di fotogiornalismo Rosignano Solvay (LI) Invierno 2009-2010

British School Livorno:

Formazione grafici primavera autunno 2009

Fundacion Museo de las Conceptas y Universidad de l’Azuay

Cuenca/Ecuador

Ottobre 2008

Arci, Comitato di Livorno , Centro di educazione permanente

Dal 1992 al 1994  e dal  Novembre 2000  all’Aprile 2011

Arci, Comitato di Pisa

Autunno 2001

Arci, Casa del popolo 25 Aprile, Firenze

Primavera 2005

Ass.ne capo di Buona Speranza/Centro Giovani Comune di Portoferraio

Primavera 2007

Primavera 2008

ISIS Niccolini Palli, Livorno

Anno scolastico 2002-2003

Isis Fermi, Cecina

Anni scolastici  2004-2005 e 2005-2006

Progetto Giovani, comune di Vicopisano

Primavera 2004

Direzione didattica di Collesalvetti

Anno scolatico 1999-2000

CHI E’

Se devo parlare di me lo faccio in terza persona

Livornese di nascita, cittadino del mondo per vocazione. Viaggiatore da sempre, in fotografia professionale da una vita. Dal 1990 nel mondo della fotografia editoriale.

Costruire storie per immagini (fare fotoreportage) è la base del suo lavoro.
Ha calcato il suolo di 43 paesi nel mondo

Ha prodotto fotoreportages in quasi tutti i paesi europei e in India, Thailandia, Laos e poi in tutto il Sud America.
I suoi lavori sono usciti sulle maggiori riviste italiane e in Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo, Russia, Rep. Ceca, Stati Uniti, Colombia, Peru e Argentina.

Ha esposto a Parigi, a Roma, a Milano, a Torino, a Reggio Emilia,  a Firenze a Pisa e a Livorno

Affascinato dall’idea del trasmettere la propria esperienza acquisita lavorando,dal 1992 insegna fotografia a vari livelli, dall’ABC fino al fotoreportage, dagli workshop ai corsi lunghi, ha insegnato in Italia, in Peru e in Ecuador.

Vive fra il Sudamerica, la Toscana

e  il resto del mondo…

VILLA BRASIL ALONG TAPAJOS RIVER. BRASIL

We just got off the boat after a full night journey along the Tapajos River. It was already damn hot since 8 a.m., while some clouds were playing hide and seek with the sun and that guy was taking his boat out to sink so that the wood couldn’t crack under the heat of the sun. He would have recovered it later on when needed. Given that quasi-silhouette shape, the compositional impact given by the tree and the light kicks on the water, i took this picture even though i didn’t know if it could be useful for the ongoing reportage. Then, i only used it for educational and communication purposes

Editing, il difficile terzo tempo

Ogni punto del programma è stato sviscerato bene, il lavoro potrebbe dirsi finito, il momento è quello di rientrare a casa.

Il seguire l’evolversi delle varie situazioni, l’aggiungere elementi non programmati ma funzionali si è tradotto in alcune centinaia di foto da esaminare.

Quel che aspetta al fotografo adesso è la fase editing, ovvero scegliere le foto giuste e dar loro una sequenza di significato compiuto.

Operazione non semplice, un testo americano in proposito raccomandava i fotografi di affidare questa fase ad un’altra persona. Ma detta persona dovrebbe esser stata  coinvolta nella realizzazione del reportage, o almeno nella finalità del lavoro. Questa persona potrebbe non esserci o non aver tempo, visto che fare una cernita su varie centinaia di files digitali è un lavoro lungo e complesso.

Da un punto di vista tecnico programmi multipiattaforma come Lightroom, Bridge ed Aperture facilitano il lavoro visto che consentono di importare ed etichettare a piacimento le immagini, nonché disporle liberamente dentro la cartella poiché creino una sequenza, anche un visore di default del computer (almeno per macintosh) può farlo, basta però ricordarsi di scattare con l’impostazione RAW+jpg bassa oppure far delle basse una volta scaricate le schede sul computer.

Aiuta anche molto lasciar dormire il lavoro, l’emozione dell’averlo fatto diminuisce, altre esperienze si accumulano col ritorno a casa, il materiale esaminato a mente fredda favorisce l’oggettività e l’esser severi con se stessi.

Nella scelta aiuta comunque l’emozione “a pelle” la foto che piace perché piace e piace all’istante.

Il lavoro va fatti tenendo presente che nessuno esaminerà mai con attenzione 400 immagini sullo stesso tema. basta andare ad una mostra fotografica per rendersi conto che , sempre che non si tratti della retrospettiva su un noto autore, le immagini esposte non superano mai la quarantina, stesso dicasi per le gallerie online. Le riviste vogliono lavori omogenei composti da una sessantina di foto al massimo.

Il problema è QUALI saranno le sessanta o quaranta foto dell’editing finale. 

Oltre le cancellazioni fatte ad ogni fine giornata si toglieranno quelle mal composte, che mancano della giusta messa a fuoco. che non sembrano poi cosi coerenti col tema, ma poi?

Aiuta molto raggruppare le immagini per sottotemi per selezionare ancora, aiuta molto lasciar dormire il lavoro per un’altra giornata, far tutto in condizione di rilasso ( con musica accesa e telefono spento, sorseggiando qualcosa. Poi però va montata la sequenza e non c’è una regola fissa. 

L’importante è che la prima foto sia quella che piace più di tutte, quasi sempre c’è, se magari in se riassume i concetti base della storia è ancora meglio, si chiama l’immagine di apertura del servizio, quella che dovrebbe essere in orizzontale per riempire due pagine di una rivista.  Potrebbero seguire altre foto molto forti, oppure foto funzionali al racconto, ci son due regole di base: non mettere mai troppo vicine delle foto simili, raggruppare sempre i temi però ad esempio non spargere le foto in notturna su tutto l’editing, potrebbero stare in cima, in fondo o nel mezzo ma l’idea della notte è quella di qualcosa che chiude qualcos’altro, il giorno, che poi ricomincia a fine notte, però non si può rappresentare questo se non una volta. L’ordine cronologico vero a volte dev’esser un po’ trasformato in funzione di una comunicazione visiva più immediata. Insomma, a parte il titolo e le didascalie lo spettatore deve capire immediatamente di che tratta il soggetto e rimanere avvinghiato dalla storia dall’inizio alla fine. 

 

Attrezzatura

L’attrezzatura

In virtù di quel che detto fino ad ora ed anche degli altri aspetti che seguiranno, l’attrezzatura del fotografo da viaggio dev’essere il più possibile leggera e completa.

L’obiettivo zoom è sempre da preferire alla focale fissa.

Uno zoom grandangolare la cui massima ampiezza sia al di sotto dei 20mm ( nella fotocamera  full frame) consentirà di abbracciare totalmente i  soggetti da distanza ravvicinata ed anche in  spazi ristretti,

La luminosità della lente consentirà di controllare inquadratura e messa a fuoco anche in condizioni di luce scarsa.

La reflex digitale resta ad oggi il corpo macchina più completo e versatile. Le “ammiraglie” delle varie case generalmente sono troppo care e pesanti. I “secondi di bordo” vanno più che bene, le entry level hanno altri limiti, nell’elaborazione del file.

Finché non inventeranno uno zoom per refex che da grandangolare di ampio angolo di campo arrivi ad una focale tele molto forte mantenendo ottima luminosità è il caso di avere due corpi macchina, per non impazzire a cambiare lenti quando il soggetto non aspetta e magari in quel frangente non perdersi foto irripetibili. Questo si traduce in uno zoom grandangolare ed in uno tele. Focali fisse potrebbero stare nella borsa se hanno caratteristiche tipo : grandangolo estremo la cui lunghezza focale è introvabile in uno zoom, lente più o meno da ritratto con apertura massima introvabile in uno zoom.

 

Coprire ogni lente anteriore con un filtro di protezione Skylight o UV è buona norma, si rompe e si sporca per primo evitando danneggiamenti all’obiettivo

Malgrado tutte le polemiche un flash resta una luce bianca portatile estremamente utile quando la luce è troppo brutta (un evento tradizionale che ha luogo alle due del pomeriggio col sole a picco che genera ombre orribili) o troppo poca (evento tradizionale che ha luogo di notte in aperta campagna). La luce flash diretta è sempre brutta e “dannosa” ma al giorno d’oggi la tecnologia ci consente di direzionarla, schermarla, dosarla. Il flash incorporati nella macchina non serve quasi a nulla. 

Un treppiede è sempre utile per le foto di soggetti inanimati in scarsa luminosità, per interni, per gestire bene l’inquadratura. Bisogna trovare però il giusto compromesso fra stabilità e leggerezza, altrimenti si trasforma in un odioso ingombro. 

Un filtro polarizzatore e un neutral density sono gli unici due filtri ad oggi necessari, il primo per togliere i riflessi da quella vetrina di pasticceria tanto bella ma sulla strada tanto trafficata, il secondo per aiutare in effetti mosso di acqua, persone e cose.

Settaggio personale

Ho sulle spalle quindici anni di fotoreportages di viaggio “a pellicola” e dieci “in digitale” ( scritto il 12/11/2016 ), nella “preistoria” a pellicola gli automatismi non sapevo neanche cosa fossero, si doveva usare sempre la diapositiva e c’era un margine di errore d’esposizione limitatissimo, ma era molto facile gestire i diaframmi direttamente dall’obiettivo e i tempi dalla rotella di comando sul dorso della macchina. Adesso è tutto interno per cui lavorare in manuale è più complicato e lento, controproducente ogniqualvolta il soggetto non aspetta. Pertanto io son solito tenere le mie fotocamere in priorità di tempi, usando il vecchio 1/60 come tempo di sicurezza, questo mi consente rapidità operativa e comunque di non “muovere” neanche se le condizioni di luce cambiano radicalmente e per caso mi dimentico di variare gli Iso. Sono solito gestire manualmente gli Iso, i 100 standard in ottime condizioni di illuminazione diurna, i 400 con luce più scarsa, dagli 800 ai 3200 in interni a seconda dell’illuminazione e del soggetto. Non so quanto “intelligente” sia la funzione Iso automatico che la maggior parte delle reflex ha, temo che non lo sia molto e se mi ci abituo, la volta che voglio fare un’immagine a tutta apertura in un interno mi da iso troppo alti, oppure se voglio bloccare una qualsiasi azione me li da troppo bassi.

Bianco e nero, colore, saturati, decolorati, HDR etc…

Trattasi di scelte interpretative personali valide nella fotografia di viaggio come negli altri generi, bisogna tener presente che soggetti in cui sono prevalenti i colori : spiagge, campi coltivati e/o pieni di fiori, colline, feste in costume, sono molto più difficili da rendere belli in bianco e nero che non soggetti in cui prevalgano forme ed azioni. Il resto è legato al background culturale di chi scatta e di chi fotografa

Cibi

La nutrizione è il fondamento della vita, ogni essere vivente lo fa diversamente  a seconda della specie e dell’ambiente. Sulla nutrizione e il piacere di farlo c’è una cultura secolarizzata che per l’homo sapiens varia a seconda dei vari luoghi del mondo. Vien di conseguenza che la nutrizione fa parte del viaggio.  Potrebbe essere anche la motivazione del viaggio stesso : “ la strada dei formaggi caprini tradizionali dell’isola X” . Come semplicemente una sua piccola parte : “ la festa della polenta coi pesci di lago che si fa nel paese x che fa parte della cintura di borghi dell’antico vescovado Y”. Ci sono poi alcuni paesi del mondo che vengon ricordati anche e talvolta soprattutto per la cucina : Italia, Francia, Cina, Peru.

Gli abitanti di quei paesi parlando di cucina, chiedono al visitatore che ne pensi della cucina etc..

Il cibo in ogni  caso dev’esser piacevole da mandar giù e in un contesto piacevole. Per cui il tipo di fotografia che ne consegue, senza toccare i livelli di  certa fotografia specialistica, dev’essere appetitosa.

Volendo fotografare le pietanze in tavola il miglior modo di renderle appetitose è non fotografarle in tavola, oppure farlo “entrando nel piatto”, ossia focalizzando dettagli, magari con un solo piano a fuoco. 

Intorno al piatto in un ristorante ci sono sempre dettagli che hanno poco a che vedere, c’è uno sfondo che è il ristorante che se non è  vuoto è occupato da gente troppo normale e troppo scomposta per non rovinare l’immagine.

La miglior maniera è organizzarsi precedentemente col ristorante e fare foto in un momento diverso, con uno sfondo diverso. Un tagliere, un pezzo di legno una sedia antica faranno molto più scena che non una tovaglia con le pieghe della stiratura. La luce naturale se saputa gestire risulta più facile di quella artificiale, di difficile gestione per filtrature e spesso concomitanza di diverse temperature di colore, oppure più complicata se si tratta di far riflettere o schermare la luce flash a distanze ravvicinate come per un piatto. Se oltre al piatto c’è una storia, dagli ingredienti alla preparazione, la gestione della luce e della scena si rivelano fattori ai quali prestare ancor più attenzione. 

Quei bei salumi appesi in cantina ed illuminati dal neon a buon mercato della cantina stessa risulteranno verdognoli e magari con ombre portate sgradevolissime. Certo, la postproduzione aiuta…ma si fa più presto a risolverla in scatto, in questo caso affidandosi solo ad una o più luci flash ben distribuite.

Quelle olive cosi appetitose che dalla bacinella risuonano abbondanza risulteranno sgradevoli alla vista se nella foto si intravede il colore della plastica della bacinella stessa.

Che la preparazione avvenga nella cucina di un ristorante, in una cantina o in una cucina privata c’è sempre da fare attenzione ai particolari sgradevoli che poi in fotografia salteranno all’occhio. Ovunque ci saranno oggetti di plastica dai colori o dalle forme contrastanti con il contesto della fotografia. E’ più facile che lo sfondo sia quel muro di mattoni foratini del ridotto dove i pastori fanno il formaggio, che sia la cucina anni ottanta dove la nonnina prepara il famoso dolce tradizionale della festa o l’asettico frigo industriale della cucina del ristorante dove il famoso chef da gli ultimi ritocchi ai suoi piatti, un tipo di metallo riflettente sul quale si vedono sfocate le ombre dello chef, del fotografo, le luci etc…

Bisogna dunque fare molta  attenzione nel cercare lo sfondo migliore, anche cambiando l’orientamento del soggetto, nei casi più tragici va camuffato con l’inquadratura, il soggetto, la messa a fuoco. 

Feste

Ogni popolo ha il suo calendario di festività, religiose e civili. Si rievoca o si commemora. Anche una festa potrebbe essere il tema del racconto di viaggio. I migliori racconti in questo senso si articolano su una cronologia di eventi mischiata con una storia ufficiale ed una serie di microstorie. Sfilano per il paese gli sbandieratori, i suddetti si prepareranno, si vestiranno, si alleneranno…ognuna di queste fasi merita una visita con la fotocamera, e sono microstorie. Gli sbandieratori gareggiano in destrezza nella piazza del paese, fa parte della colonna portante della storia. Il fotografo che sa raccontare storie non deve limitarsi a fare il resoconto di immagini di queste prove di destrezza, ma deve arricchirla  con dettagli delle bandiere che volano e sullo sfondo inserire il noto monumento che è solo di quel paese. Deve catturare il momento in cui lo sbandieratore salta su un’altro includendo nell’immagine un pubblico che guarda estasiato. In una festa c’è sempre tanta gente che normalmente mangia e beve, foto dei ristoranti improvvisati, delle cucine da campo saranno il giusto corollario al racconto. Segue una sfilata in costumi tradizionali del medioevo, anche li foto, fra dettagli e panoramiche che non lascino dubbi sul fatto che avviene nello stesso paese.  Dopo le prove di destrezza gli sbandieratori iniziano una gara di tiro con l’arco. Tutto da riprendere da varie angolazioni. Quello che vince corre ad abbracciare la fidanzata fra il pubblico, il pubblico poi lo porta in trionfo fra le vie cittadine…il fotografo deve esserci, in prima fila, seguire l’evolversi dei fatti, fare l’inquadratura giusta al momento giusto. Vivere l’evento per fotografarlo al  meglio.

 

Tradizioni

Se nell’occidente industrializzato una tradizione è vissuta come una festa di rievocazione ( la battitura del grano a mano come si faceva fino a settant’anni fa…) da altre parti del mondo qualcosa di tradizionale può risultare attuale seppur si svolga nella stessa maniera da secoli,  come il coloratissimo Holi in India e la Danza de Tijeras nelle Ande peruviane. Ma anche nel tranquillo e tecnologizzato occidente si possono incontrare eventi tradizionali un po’ speciali poiché densi di significati antichissimi. I Mamutones in Sardegna, i Serpari a Cocullo, i Pow Wow dei nativi americani etc..

 

 

Tutto quel che citato oltre la rievocazione storica ha la caratteristica di esser preso molto sul serio, o comunque di esser molto sentito, spesso ha implicazioni spirituali. L’altra caratteristica è il suo  svolgersi in un mondo globalizzato, in pratica se non ci sono barriere fisiche tipo i “falsi contadini” battono il grano separati dal pubblico da una transenna, i serpari adornano il santo protetti da un cordone di polizia, ci sarà l’invasione dei fotografi, dei videoamatori, un collega parlava di “siepi di smartphones” all’uscita dei Mamutones.

Questo è inevitabile  e fa parte di questo mondo. Ragione per la quale il buon fotografo di viaggio dovrebbe cercarsi, se c’è, il luogo dove lo stesso evento avviene un po’ più in sordina. Basterebbe approfondire lo studio preventivo per scoprire che l’evento x avviene in tutta la regione ma il fulcro è nel paese X, una cartina geografica ed un po’ di Wikipedia supplementare e si scopre che a poca distanza c’è il paese Y e pure il paese Z dove lo stesso evento avviene….magari c’è meno pubblico. La regola è un po’ sempre la stessa. cercare di costruire una storia cronologica e stare sempre in prima linea.

Religione

Altro cardine fondamentale della vita dei popoli è la religione, dalla foto architettonica della facciata di una chiesa alle proibizioni e le superstizioni di un tempio Hindu, la religione sarà sempre un qualcosa con cui il fotografo di viaggio si troverà a misurarsi. Dando per scontato il trattare l’argomento con rispetto, come qualsiasi altro argomento va trattato, al fotografo di viaggio potrebbe interessare integrare una sua storia con una festa religiosa, far della festa il suo tema di viaggio, documentare quel che accade in una chiesa o in un tempio come completamento della storia che sta trattando e che riguarda quella città. 

A seconda del tipo di religione c’è più o meno chiusura. Può anche capitare che esca fuori la paura dei ladri, come se un ladro aspettasse una pubblicazione di una foto per sapere cosa andare a rubare dentro la chiesa e dove trovarlo….

Sempre che all’ingresso di una chiesa  non ci sia un esplicito divieto alle foto nessuno dirà niente per una visita con macchina fotografica al collo, ma una permanenza prolungata, specialmente se una persona è sola ed ha più di una fotocamera può giustamente destare sospetti. 

Buona norma è presentarsi e spiegarsi, sia che si voglia far riprese  durante la messa od un battesimo o rituale di altra religione che semplicemente fare fotografia di interni. Specialmente se l’edificio è antico il fotografo si troverà ad affrontare problemi di scarsa illuminazione e spesso anche mal dosata, con zone molto luminose ed altre parecchio buie. 

Questo potrebbe essere gestito in maniera interpretativa, anche perché un ambiente vasto come una chiesa cattolica o una sinagoga o moschea difficilmente si può illuminare bene con un solo flash. 

 

Altro discorso sono gli eventi pubblici, le processioni etc…

La differenza con una festa o una rievocazione tradizionale qui sta nel fatto che chi ci prende parte spesso lo fa come atto di fede, quindi ha un atteggiamento più serio. L’altra differenza è che c’è una separazione più netta fra pubblico e partecipanti. Il fotografo, oltre seguire le solite regole del cercare una cronologia ed una storia nella storia, deve giocoforza uscire dal pubblico, solo per un fatto di mobilità, tenendo però un atteggiamento rispettoso ed anche paziente poiché spesso gli organizzatori sono antipatici, non sopportano “la stampa” ed altre cose simili…ma fra l’amico dell’amico con la macchina buona, il fotografo del quotidiano online locale, quello che ha la bottega sulla piazza principale e i quattro studenti dell’istituto d’arte, il fotografo di viaggio non si sentirà certo solo nel seguire una processione.

Un segreto di pulcinella sta nel cercarsi punti alti di ripresa, conoscendo preventivamente il percorso è facile capire su quale muretto salire o a quale campanello suonare per chiedere ospitalità temporanea sul balcone. 

In India per l’enorme panteon religioso che caratterizza il subcontinente, nel sud Italia, in Spagna e in tutte le sue ex colonie, le processioni sono particolarmente spettacolari, fra santi che sfilano per le vie del paese carichi di ori e adornati di soldi, confraternite dai costumi pittoreschi, colori dell’India e coreografie di luci, un fotografo non ha che da sbizzarrirsi. Spesso però durano molto a lungo e possono assumere dei toni pesanti, dalla musica lugubre che suona per tutto il venerdì santo fino a marce forzate sotto il sole cocente. Però a sera, specie se ci sono gli adorni luminosi, tutto diviene ancor più pittoresco, resistere è un gioco che vale la candela.

Lavoro

Altro tassello fondamentale nella vita dell’uomo è il lavoro, solo i ricchissimi e i membri di  società rurali site in luoghi di abbondanza di prodotti naturali possono permettersi di non svolgere attività a cui corrisponda una retribuzione in denaro.

Un tema di viaggio potrebbe essere esattamente il lavoro : “ La strada degli artigiani di…” oppure : “ la pesca tradizionale nel…”. 

Da un punto di vista organizzativo è logico che un tema del genere presuppone un’operazione di contatti anteriore alla partenza.

Da un punto di vista tecnico è meglio tenere ben presente  che chi lavora su un set cinematografico sono solo gli attori. In tutti gli altri casi le mansioni si svolgono quando la luce non è giusta, in orari inappropriato e in spazi disgraziati. Sta al fotografo rendere emozionanti immagini di lavoro che sembrerebbero banali. 

Questo tenendo ben presente che fare fotografia di viaggio è fare reportage e nel reportage si racconta la verità. In parole povere non ci si accorda con i contadini perché raccolgano le patate all’alba per questioni di luci…

Quindi fotografare il lavoro dell’uomo implica tutta la conoscenza della tecnica fotografica, degli elementi di composizione e una capacità di cogliere l’attimo, in altre parole il fotografo deve tirare fuori il meglio di se pensando che il risultato dev’esser la bella foto.

Un contadino col cappello da baseball che sta lavorando nel suo orto in un momento di sole a picco può richiedere un colpo di flash in fill in per non ritrovarsi con una foto dove il suo volto è coperto dall’ombra portata provocata dalal visiera

Un ceramista che modella un vaso sarà l’occasione per un buon dettaglio delle mani, ma anche per una messa a fuoco selettiva che sfochi tutto se non lui e il lavoro che sta facendo

Un artigiano del marmo in un laboratorio pieno di modelli e forme sarà un bello scatto se ripreso con i suoi modelli come sfondo, poiché arricchiscono la storia

Ritratto

Ritratto

E’ normale che l’incontro con le persone implichi anche un po’ di ritrattistica, specie se questo avviene in terre lontane.

Non ci sono particolari raccomandazioni circa questo genere di fotografia in viaggio che differiscano dai canoni della normale ritrattistica. 

La luce diffusa è sempre migliore di quella diretta. Ma se c’è un tramonto di fuoco o una bella luce obliqua perché no.

I piccoli tele sono migliori dei grandangolari. Ma se il ritratto è in ambiente angusto ma funzionale alla storia perché limitarsi

Il diaframma aperto isola o distacca  il soggetto dal resto dell’ambientazione. Ma se l’ambientazione è necessaria meglio un diaframma più consono.

D’altra parte narrando una storia di viaggio sembrerebbe più consono un ritratto ambientato che non un ritratto svincolato dall’ambiente, ma è questione di punti di vista e tagli della storia, quasi come la scelta fra bianco e nero o colore.

L’importante è che sia ben chiaro cos’è un ritratto: un momento in cui il soggetto si è concesso al fotografo e guarda dentro l’obiettivo

 

Fotografando

Fare un buon fotoreportage di viaggio ( ma anche fotogiornalistico in genere) implica un atteggiamento nei confronti di ciò che si sta facendo a dir poco totalizzante. Fare reportage, ovvero parlare attraverso le immagini è un’operazione che se non si fa bene, se non la si fa in full immersion, non viene bene, o meglio viene fredda e distante. Bisogna appassionarsi nel fotografare, perché ne escano foto di serie A. Lasciarsi prendere dall’emozione potrebbe comportare però il rischio di perdere il filo del discorso, dimenticarsi i  punti del programma fatto, concentrarsi solo su un aspetto. Ugualmente, trattare il tema con distacco e frettolosamente, fra una email che arriva sullo smartphone, una telefonata totalmente svincolata da quel che si sta facendo e  coi minuti contati perché c’è da andare a portare il figlio in piscina oppure ( in viaggio) perché il gruppo di amici conosciuti sta aspettando per andare a cena è penalizzante.

Fare un fotoreportage di viaggio, specie nel momento in cui implica il coinvolgimento del soggetto umano, segue le caratteristiche di un qualsiasi altro tipo di reportage :

IL SOGGETTO NON ASPETTA

Questa è la ragione per la quale il fotografo deve saper comporre nel cosiddetto “tempo zero” e stare bene attento a cogliere gli “attimi fuggenti”

OGNI SITUAZIONE SI EVOLVE

Il migliore atteggiamento sarebbe quello di spegnere cellulari e devices vari, non prendere impegni se non dopo sei ore dalla fine di una sessione di scatti e seguire lo svolgersi delle cose finché le cose stesse si svolgono. In questa maniera si riuscirà a catturare quegli sguardi fugaci nel dialoghi fra due anziani in una piazza, si riuscirà a coglier l’attimo in cui un venditore di frutta esamina il peso di quel che sta vendendo, magari facendo uso di una vecchia stadera. Magari per tutto il giorno c’è stata poca gente di passaggio in quella piazza da dover fotografare, solo in serata la situazione si movimenta…e magari esce fuori una luce radente coi colori infuocati del tramonto. Ci vuole tempo, pazienza e dedizione e le foto stupende senz’altro “arriveranno”. Però non s può non concludere con un’altra raccomandazione

SCATTARE TANTO

Non solo per impratichirsi nella scelta, ma sostanzialmente perché non si può prevedere esattamente quel che accadrà dopo…

Guide e non guide, mance ed elemosina

Le signore vestite nel costume tradizionale che sciamano per le strade di Cuzco, Peru, magari vestono lo stesso costume ogni giorno, poiché nei villaggi andini si usa ancora cosi, però si portano dietro agnellini agghindati a festa che solo a Cuzco si vedono, fuori, nei villaggi non esiste di mettere una cuffietta colorata  ad un agnellino.

E’ tutta una strategia  per farsi fotografare dai turisti e chiedere una mancia. Quello per loro è un lavoro non troppo dissimile dal suonatore o dal saltimbanco ambulante. La foto è prevista solo dietro compenso.

In molte parti del cosiddetto terzo mondo, specie in aree rurali, la gente è invece abituata a posare in cambio di un soldino. D’altra parte vige, a torto o a ragione, l’idea  che il turista ha quei soldi che a loro mancano e sempre mancheranno, perché non chiedere un regalo. C’è da aggiungere che la gente di altri continenti ha modi di pensare diversi da quello omologato occidentale. Un occidentale non chiederebbe mai una monetina per farsi fare una foto poiché gli sembrerebbe di chiedere l’elemosina, a un ragazzino dell’Himalaya o un contadino delle Ande un’idea del genere non passa neanche per la testa. Loro si sentono felici quando hanno avuto un regalino in denaro, che non cambierà loro la vita sempre che non si mettano a farlo “professionalmente” come le signore di Cuzco. Personalmente non la vedo una bella abitudine perché si innesca un commercio perverso che può diventare  una barriera fra le persone. Però se i turisti già da decenni hanno abituato le persone a chiedere e ricevere regali talvolta non si può fare a meno di pagare l’obolo se si vuole ottenere una foto.

La situazione peggiora se si è in presenza di eventi conosciuti e già ripresi da qualche network televisivo internazionale. Le troupes televisive si muovono con un budget generalmente consistente e tale da “comprare tutto” per il buon risultato del programma.

Questo genera squilibri enormi nei luoghi dove gli eventi accadono, più noti od originali sono gli eventi, più una televisione paga le persone coinvolte. Specie se si tratta di luoghi isolati e poveri si crea in queste persone l’idea che il fotografo ( spesso non si distingue fra una fotocamera e una videocamera ) abbia i fondi necessari per cui può capitare sentirsi chiedere degli spropositi. Sta alla discrezione e al saper trattare di ognuno provare ad ovviare a questo inconveniente, pur sapendo che se si è diffusa l’idea fotografo=soldi da fare, la lotta sarà dura.

Il discorso cambia totalmente quando si parla di guida. Nei paesi in via di sviluppo e in aree rurali anche del mondo sviluppato potrà succedere di trovarsi davanti persone che non parlano né l’inglese né le altre due abbastanza diffuse a livello planetario, spagnolo e francese. Son quelli i casi in cui una mediazione culturale è indispensabile. Come del resto per avventurarsi in spazi naturali privi di connessioni remote e della benché minima segnaletica. Può capitare che la guida sia semplicemente un conoscitore del territorio e che abbia in comune col fotografo soltanto la conoscenza di una lingua. Può capitare che sia cosi economicamente in difficoltà che chieda in anticipo la metà del compenso per andare a comprare cose o addirittura dal barbiere. Però è senz’altro un conoscitore delle persone e dell’ambiente, la miglior cosa sarebbe ingaggiarlo preventivamente, nella fase di presa dei contatti.

In certi villaggi sperduti arrivare senza guida non è prudente, come del resto non è cortese arrivare a mani vuote. Quindi la guida saprà quali regali portare e a chi consegnarli, se è una guida professionale

Con una preparazione preventiva adeguata una guida/mediatore culturale può essere utile solo come interprete ed in contesti un po’ più radicalizzati

Dall’idea alla partenza/organizzazione

Organizzazione

Continuando a tenere come esempio “quel mercato”, l’operazione successiva da fare prima di partire è l’organizzazione. Per non arrivare sul posto e trovarsi brutte sorprese.

Se si tratta di un mercato all’aperto non dovrebbe esserci alcuna limitazione ma chiedersi se per caso c’è qualche problema non fa mai male. Potrebbe esserci una caserma sulla piazza, per cui zona militare e proibizione di fotografare, ci sono alcuni comuni che hanno nel regolamento una tassa di suolo pubblico per i cavalletti (…), se il mercato invece di essere in una piazza è in un interno potrebbe esserci una sorta di proprietà privata per cui si vietano le riprese…

Potrebbe molto più banalmente esserci nei piani regolatori del comune un lavoro di ristrutturazione della piazza per cui quel mercato comincia ad essere traslato temporaneamente in altra sede proprio nel periodo previsto per il fotoreportage 

Mercato a parte informarsi preventivamente sull’eventuale proibizione di fotografare è buona norma i caso di musei, interni chiese, eventi in genere,

Continuando nell’organizzazione circa il mercato, invece sarebbe interessante sapere cosa fanno i venditori in caso di pioggia o di eccesso di sole. Tendaggi? Impermeabili e cappelli? Il contesto cambia. 

Google images in teoria dovrebbe esser funzionale, anche se evidenziale foto più indicizzate e non quelle più belle…

Ci sono cose che invece sono molto difficili da sapere in anticipo, sempre che non si sia in contatto con altri fotografi che hanno visitato la zona e scattato foto.

La principale : la luce giusta. I non fotografi hanno un concetto di luce giusta totalmente sbagliato, chiedi ad una persona che conosce la zona a che ora ci sia un bel sole e quella pesca nei ricordi dimenticandosi che risalgono a quattro mesi prima, quindi ( se distanti dai tropici ) la posizione del sole sull’orizzonte è cambiata…

C’è una app che rivela la traiettoria solare e lunare, ma no di certo quant’è lunga l’ombra proiettata da un palazzo, le previsioni atmosferiche sono solo previsioni…

Nessuno infine saprà esattamente esprimere un giudizio sulle persone e sulla sicurezza. Se una persona non è del luogo ma l’ha semplicemente visitato avrà un’opinione superficiale basata solo su una visita, se una persona è invece  del luogo ne parlerà benissimo perché ci tiene ma raccomanderà un’eccessiva attenzione nei confronti di forestieri appena arrivati e con cattive intenzioni.

Dall’idea alla partenza/Pianificazione

 

La scuola di giornalismo anglosassone parla delle 5 W perché effettivamente i cinque cardini del racconto in inglese iniziano tutti con il “doppiovu” :

Who? («Chi?»)

What? («Cosa?»)

When? («Quando?»)

Where? («Dove?»)

Why? («Perché?»).

 

Effettivamente raccontare una notizia, ma semplicemente un qualcosa a qualcuno implica un “imbrigliamento” in queste cinque parole.

Evitando la prima W se invece di una persona si voglia raccontare un luogo, ipotizziamo che sia un mercato della frutta.

What? Un mercato della frutta

Che si svolge ogni sabato mattina 

When? Sabato mattina

Nella piazza principale del centro storico  della città 

Where? Piazza del centro storico

Poiché è caratteristico ed è l’ultimo che si fa cosi in tutta la regione

Why? Tradizione e unicità

Se l’audience è la gente di quella stessa città il gioco è facile, tutti lo conoscono, basteranno dieci foto sparate quasi a caso….per non suscitare la benché minima attenzione, neanche da parte di quella piccola audience. Ma se l’audience è lontanissima, se non ha mai visto un mercato cosi, con un po’ di pianificazione si riuscirà ad attrarne l’attenzione. 

Razionalizzando:  il mercato ha tre componenti fondamentali: merci, compratori, venditori. Volendo raccontare un mercato bisogna  fotografare queste tre componenti.

Quindi il racconto comincia a strutturarsi su tre soggetti collegati fra di loro ma sostanzialmente diversi. 

Questi soggetti in qualche maniera interagiscono, dalla fase compravendita consegna soldi e merce, al compratore che osserva la frutta o al venditore che la sistema. 

Illustrando queste fasi da tre soggetti semplici si arriva dunque a sette soggetti.

Poi ci sono i collaterali : il venditore extracomunitario, chi fa colletta per il canile autogestito, il bar sulla piazza, il suonatore ambulante. Siamo ad undici soggetti da fotografare per comporre la storia

L’obiezione potrebbe essere circa la relazione fra il suonatore ambulante e il mercato della frutta, lui non vende ne compra, sta li per fare soldi poiché c’è tanta gente e magari non sempre c’è.

Lo si può includere nel racconto visto che c’è, se nella foto, come negli altri casi “collaterali”, si include il mercato, ovvero si capisce che il personaggio sta suonando in quella piazza. D’altra parte durante una sessione fotografica ci son sempre degli elementi che non sono stati previsti e sta al fotografo valutarne l’utilità. Mettiamo il caso del musicista da strada che si presenta chitarra a tracolla nel mercato. Di solito si tratta di  persone che viaggiano, per cui non è che ogni giorno ci sia il solito musicista nel solito posto alla solita ora. Supponiamo che sia una giornata soleggiata e che questa persona sia investita da una bellissima luce, supponiamo ancora che ci sia un cielo pittoresco, di quelli azzurri con poche nuvole bianchissime stile zucchero filato. Un inquadratura dal basso verso l’altro basterà per ritrarlo con lo sfondo di quel bel cielo cosi ispiratore…e togliere dall’inquadratura mercato, andando quindi fuori tema.

C’è un dodicesimo soggetto mancante che sfugge sempre a tutti, lo spazio, l’ambiente circostante, la foto panoramica, quella che senza timori di smentita mi rivela che quel mercato è quel mercato e non un’altro simile di un’altra regione del paese. 

Potrebbe esser funzionale anche un racconto cronologico, da quando i venditori vanno a comprare all’ingrosso fintanto che a fine giornata non arriva la nettezza urbana a pulire la piazza ormai vuota. In ogni caso rispettare i dodici punti pianificati e di ognuno fare una buona dose di immagini scattate con diverse focali e da diversi punti di ripresa sarà la base su cui costruire la sequenza finale, il risultato del lavoro. 

 

Cocaleros

Santa Clotilde

Che cos’è la fotografia di viaggio

Con questo termine generalmente s’intende quel tipo di fotografia di terre più o meno lontane e sempre raggiunte durante un’esperienza di ricerca o semplicemente di evasione dalla propria quotidianità.

Con la terminologia si rischia sempre di confonderci, si potrebbe chiamare fotografia di viaggio anche un fotoreportage a taglio sociale stile i bambini lavoratori del Bangladesh poiché il Bangladesh è lontano…

La differenza sostanziale è che la fotografia di viaggio parla di luoghi e di persone e che queste ultime non vivono una situazione problematica, o almeno non la vivono nel momento in cui viene realizzato il reportage

C’era uno scrittore-viaggiatore vissuto a cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, un tal Herman Hesse, che nel suo libro L’azzurra lontananza, già nel 1903 descriveva la differenza fra turista e viaggiatore

Il turista è quella persona che viaggia con la casa sulle spalle, che vorrebbe riprodurre il suo ambiente dovunque, il viaggiatore è quella persona che invece si muove per scoprire e  per conoscere. 

Oltre un secolo dopo questa differenza è molto ben marcata, in un’epoca in cui tutto il mondo è più vicino, lo si può girare da un villaggio turistico all’altro filtrando il contatto extravillaggio attraverso guide professionali, lo si può scoprire macinando i chilometri a bordo di un pullmino e fermandosi giusto il tempo per una foto ricordo. Lo si può anche vivere in full immersion, lasciando la propria casa dov’è sempre stata, vivendo il ritmo dei luoghi, conoscendo le persone, imparando da esse. 

Sia il turista che il viaggiatore hanno una fotocamera al collo

Se l’esperienza del viaggio è coinvolgente  anche quella fotografica che ne consegue lo sarà.

Un fotografo degli anni ottanta che lavorava per una delle riviste di viaggio più famose all’epoca in un’intervista diceva che per fare il fotografo di viaggio bisogna saper far bene tutto, dall’architettura alle feste e le tradizioni, passando per il ritratto e il paesaggio, ovviamente. 

Come non dargli ragione, la realtà dei luoghi è fatta di molte cose, dal palazzo storico al cibo tipico, dalla lavorazione tradizionale alle persone che si rilassano al sole del lungomare. Bisogna saper fotografare bene tutto questo.

Ma un viaggio ha un inizio ed una fine e soprattutto ha una motivazione per partire. Questo basta per far delle foto di viaggio un racconto fotografico, quello che pomposamente si chiama un fotoreportage e che potrebbe divenire un portfolio, una mostra, una galleria online, una pubblicazione in proprio o sulla stampa specializzata. 

Architettura

Con questo termine in fotografia di viaggio intendiamo le immagini degli edifici storici, tradizionali, religiosi  ecc, funzionali al  racconto del luogo. Tutto semplicissimo se c’è la luce giusta sulla chiesa x o il castello y in fondo ad un prato o in cima ad una collina, fotografabili con un normale e “componibili” col paesaggio circostante.

Parecchio più complesso quando la luce è pessima e/o quando la stessa chiesa o lo stesso castello si trovano in piazzette anguste, strade trafficate, molto prossimi a parcheggi o segnali stradali o, più raramente in Europa ma comunissimo appena se ne esce, ad intricati cavi della luce. 

C’è una regola che vale in fotografia di architettura specifica (il fotografo il cui cliente è l’architetto) come nell’illustrare e raccontare viaggi. Le linee degli edifici devono risultare dritte. 

Un vecchio fotografo di viaggio sosteneva a ragione che certe foto si potessero fare o cosi oppure avvicinandosi all’edificio, quasi fino a toccarlo e puntando in alto creare una composizione onirica di forme.

Risulterà invece sgradevolissima alla vista la foto di un edificio inquadrato con la macchina leggermente all’insù solo per togliere auto e gente dall’inquadratura. Ancor di più lo sarà se di questo soggetto non si sia individuato un angolo, la sensazione di chi vede la foto sarà come vedere una quinta teatrale che cade all’indietro. 

Osservando attentamente edifici datati  ci si renderà comunque conto che di “torri di Pisa” è pieno il mondo, a questo scopo sono molto utili le bolle di livello, ne esistono anche da inserire sul contatto caldo della fotocamera, per non impazzire a capire quale siano le linee cadenti.

Anche con la fotocamera “in bolla”, ovviamente con l’uso di un cavalletto, anche con la luce giusta e con l’inquadratura  appropriata che include i due lati dell’edificio può subentrare un problema di spazio. Se l’edificio è troppo largo o troppo alto e non c’è possibilità di allontanare il punto di inquadratura senza che entrino in campo elementi indesiderati le cose sembrerebbero complicarsi senza soluzione apparente, se non quella di fotografare nella maniera onirica suddetta. Ci sono in commercio obiettivi capaci di decentrare e basculare, fare quello che i fotografi di architettura dell’epoca analogica facevano con le fotocamere a banco ottico banchi ottici. Praticamente sfruttando la differenza fra il diametro del cerchio prodotto dall’immagine sul piano focale ( un tempo la pellicola, oggi il sensore ), sempre più grande di quest’ultimo  ai riesce a recuperare millimetri preziosi ed inquadrare totalmente l’oggetto desiderato. Si tratta di lenti costose e specialistiche. Più, semplicemente, dove possibile, è inquadrare ampio e rifilare in fase di post-produzione.

Persone. Dimenticarsi la timidezza

 

Se c’è qualcosa di veramente bello nella fotografia di viaggio è l’incontro con le persone dei luoghi che si visitano, la conoscenza reciproca che porta ad una crescita reciproca.

Questo è spesso offuscato da  paranoie e problemi vari che le più volte ha chi scatta le foto.

Si teme che la gente non voglia le fotografie, oggettivamente una fotocamera puntata addosso può divenire un freno inibitorio. Poco prima dell’era social, quando internet era ormai consolidato, l’inconscio collettivo occidentale era pervaso da timori quali la privacy, la pubblicazione su internet, la pedofilia online…Adesso che tutti condividiamo tutto la cosa è leggermente scemata.

L’immaginario non occidentale è poi  devastato da altre fobie, dai dettami religiosi musulmani, alla paura che la propria faccia finisca chissà dove e che frutti tanti soldi al fotografo, passando per la leggenda metropolitana della foto che ruba l’anima.

Chi scatta foto si ritrova spesso con tutte queste paure insieme ma con la voglia di “rubare” quel ritratto di anziano cosi caratteristico, o quel “figura intera” di madre di famiglia vestita con colori incredibili…e finisce per far più danno del previsto, fotografando di nascosto e da lontano.

I tours “a pacchetto” che nei “paesi in via di sviluppo” scarrozzano i turisti in luoghi remoti hanno lasciato traccia negativa in questo senso. Sbarcano nel paesello x dove c’è la chiesa coloniale x o il tempio y, sui muretti, sulle panchine o proprio sulle scale dell’edificio c’è tanta gente “caratteristica”. I turisti scattano le foto all’edificio poi rivolgono le fotocamere verso le persone e senza neanche chiedere il permesso, spesso anche per problemi di comunicazione,  scattano foto, proprio come le scatterebbero alle scimmiette del giardino zoologico. In venti minuti al massimo, visto che magari non c’è “artigianato tipico” da comprare e le guide hanno detto di non acquistare cibi o bibite che potrebbero esser dannose alla salute, riprendono il pullmino e spariscono.

Certo, uno potrebbe chiedere il permesso, una questione di rispetto reciproco, però magari a chiedere il permesso perderebbe quell’attimo fuggente…allora?

DARSI IL TEMPO DI FAR CONOSCENZA

Invece che mitragliare di scatti conversare, scherzare, dimostrarsi una persona positiva. 

Magari alla signora andina che parla uno spagnolo stentato e che siede lungo la strada filando la lana e sorvegliando le pecore può venir la voglia di far due chiacchiere, di sapere da dove vengono quelle persone appena arrivate e cosi diverse da lei.

Il giovanotto che scava il sale in una salina d’altura due chiacchiere di calcio o due parole circa le caratteristiche del suo lavoro può aver voglia di farle concedendosi una piccola pausa.

 

Non sono solo strategie per sciogliere l’ambiente ma sono modi per far conoscenza nei quali da entrambe le parti si scoprirà che una fotografia non è mai un problema.

 

C’è poi una grande fetta di mondo dove la fotografia ormai è “sdoganata”, sia perché c’è sempre qualcuno con la fotocamera, leggasi città turistiche, sia perché ormai tutti quanti un apparecchio in grado di fare anche le fotografie l’abbiamo sempre appresso.

La fase conoscenza previa in questo caso potrebbe anche essere evitata, facendola comunque durante gli scatti. Sono questi i casi in cui ci si può permettere di non presentarsi o chiedere il permesso (nessuna legge vieta di fotografare le persone, il divieto senza consenso dell’interessato è quello di rendere pubbliche le immagini) per non perdere gli attimi fuggenti. L’importante però è mantenere l’atteggiamento aperto e l’estrema visibilità. Una persona che in un mercato gira con uno o due corpi macchina professionali dai vistosi obiettivi continua ad esser percepito come un professionista. Se questa persona dialoga coi suoi soggetti mentre scatta fotografie, spiega cosa sta facendo e il perché lo fa, da un senso di sicurezza in se stesso non crea frizioni, anzi, viene percepito come “alleato”. La macchina fotografica resta un po’ un freno inibitorio, però dopo i primi momenti di leggero imbarazzo il fotografo sarà cosi ignorato e l’atteggiamento tornerà cosi naturale che le foto saranno conseguentemente le più naturaliQuel che non si deve fare in nessuna parte del mondo è appostarsi lontani dai propri soggetti, stando magari anche poco in vista e scattando. Questo è un atteggiamento che vien percepito come negativo, chi ha male intenzioni si nasconde. Le foto col teleobiettivo, che implicano un allontanarsi dai soggetti, meglio riservarle al termine della sessione di scatti.

Musei

Musei

Generalmente nei musei non si può fotografare se non senza flash e più raramente senza cavalletto. Trattasi di regole empiriche valide quando, ai tempi dell’analogico, qualcuno avrebbe potuto far concorrenza sleale con cataloghi e cartoline. Oggi in condizioni di scarsa luminosità si alzano gli ISO, il flash è molto meno necessario di prima, però come prima può continuare a far danno con i vetri delle teche e riflessi e bruciature varie. Un colpo di flash su un quadro o altra opera d’arte, d’altro canto non la danneggerà assolutamente, forse ce ne vorrebbero milioni per arrivare allo stesso livello di torce alogene puntate per ore ed ore che potrebbero anche danneggiare i pigmenti di colori prodotti secoli addietro con tecniche naturali.

I musei sono i luoghi che in viaggio si visitano ma che generalmente non si riportano nel “diario di viaggio”, però a seconda del  tema potrebbero essere funzionali: Nel paese x il noto artista y ha vissuto ed ha prodotto il famoso quadro z. Il famoso filosofo caio era precettore nella villa dei conti sempronio, il museo è stato riattivato da una cooperativa giovanile.

 

In ogni caso i musei sono luoghi dove generalmente serve un permesso preventivamente accordato, per poterci passare del tempo a fotografare in maniera diversa dal turista smartphone-munito. 

Due accessori sono fondamentali a prescindere, cavalletto e filtro polarizzatore. Il primo per comporre bene l’inquadratura, il secondo per evitare i riflessi dovuti ai molteplici vetri fra teche e cornici. 

Essendo il museo un luogo statico  può risultare piacevole dinamizzarlo e renderlo più leggero , far vedere i visitatori, usare il mosso poiché questi ultimi facciano da antitesi alla staticità delle  cose esposte…può essere un’idea,

Di per se e non solo nel caso dei musei, una superficie riflettente può diventare un completamento della storia, una storia nella storia, un’altra faccia della storia.

Polarizzando si eliminano i riflessi dall’inquadratura e con loro una parte della storia, se nei riflessi ci sono i visitatori che ammirano stupiti i gioielli della corona, o se nella vetrina del negozio di moda si riflette l’architettura tipica di quella città. 

Come sempre in fotografia, bisogna ragionare su come raccontare attraverso le immagini

Panorama_Paesaggio

Visto che la fotografia di viaggio include  vari generi, andiamo ad elencarli e vedere come gestirli al meglio

Panorama-Paesaggio

Ogni luogo è in un paesaggio, costiero, montano, agreste, urbano, pur sempre si tratta di un paesaggio. Uno dei difetti più comuni è restarne tanto emozionati alla vista quanto delusi alla vista delle foto. 

Fotografare bene un paesaggio richiede molta più pazienza e ragionamento di quanto non possa sembrare.

Subentrano infatti fattori naturali a complicare le cose.

La luce giusta resta il problema principale

Un paesaggio agreste risulterà insignificante in una giornata nuvolosa nella quale il cielo è di color bianco sporco, lo sarà altrettanto e forse di più in un giorno estivo di sole pieno a mezzogiorno. 

In entrambi i casi le ombre, che rendono illusivamente tridimensionale una fotografia, sono assenti.

La luce diretta solare, oltre  a generare l’ombra, varia di colore ed intensità con lo scorrere ore.

Quel paesaggio collinare che a mezzogiorno risulta bello alla vista, poiché all’occhio umano è collegato un cervello con memoria storica e visiva, sarà piacevole anche rivisto in fotografia se però scattata qualche ora dopo, quando le stesse forme delle colline disegnano un gioco di luce ed ombra e su tutto c’è quel  manto dorato della luce solare di metà pomeriggio, che andando verso il tramonto aumenta sempre di più la parte dei raggi infrarossi

Un panorama molto aperto, il classico “a volo d’uccello” che si ha dalla cima di una torre, può presentare caligine verso l’orizzonte, questo dipende dall’umidità dell’aria e dal tipo di vento  e solo parzialmente si risolve col filtro polarizzatore.

Momenti del giorno un po’ estremi, come l’imbrunire o l’alba possono avere   uno squilibrio di illuminazione fra cielo e terra talvolta irresolubile se non in post produzione.

Per contro una giornata grigia potrebbe esser l’ideale per panorami autunnali dove gli elementi naturali hanno colori caldi

 

Il paesaggio urbano ha altri problemi, a seconda del luogo e della stagione se il sole resta sempre relativamente basso sull’orizzonte genera ombre cosi dure che “tagliano” a metà le facciate delle case e sono impossibili da compensare se non in post-produzione, privilegiando le luci per non perdere “informazioni” nelle alte luci. Magari se non c’è sole appare piu grigio che non un paesaggio naturale. 

Una soluzione piacevole che vale anche per i monumenti, le statue, le fontane etc. è aspettare quel momento di luce a cavallo fra giorno e notte, quando il cielo è ancora illuminato e si accende sia l’illuminazione pubblica che quella (meno distribuita razionalmente) privata. 

Si creerà un’immagine magica.

Non c’è regola fissa, in certi luoghi e/o in certe stagioni la luce a cavallo dura il triplo che in altre, l’illuminazione non si accende tutta insieme e cambia la sua influenza sui soggetti proporzionalmente all’affievolirsi della luce naturale. Però è una tecnica che si arriva a dominare tranquillamente con un po’ di esercizio.

Altro fattore che rende la fotografia di paesaggio insignificante alla vista è l’assenza di composizione.

Bisogna saper interpretare delle regole “scolastiche” di composizione per renderlo più attraente.

Una superficie speculare, come un lago,  potrebbe invitare alla specularità, un colle più alto, magari con una chiesa sopra potrebbe stare su un terzo dell’immagine, elementi similari o congrui  al panorama e vicini al punto di ripresa potrebbero divenire punti di attenzione per poi osservare il resto dell’immagine ovvero il panorama

ESTATE LIBERI / ENGLISH

I was staying inside that farm that was impounded to the Mafia. I have been staying there with two other guys, Arianna and Ned, for 2 days in a row, waiting for a new bunch of volunteers and getting bored in the meantime. My project was about portraying the great movement of volunteers coming from all parts of the nation to the Southern Italy countryside, to the great lands confiscated to Mafia and now being farmed by social cooperatives in the name of law and order. I had to show the idea of a place where new legality has now overrun the ancient illegality, thus highlighting the beauty of this movement through my shoots. We were put to pull weeds from a vineyard, so i told Arianna to pull them toward me, which she did several times. The use of the fill-in flash was mandatory because the sun was definitely high in the sky.

The result has been greatly appreciated so that the picture made the front cover of an italian magazine and became the iconic image of the volunteering campaing.
Year 2009 camera Nikon D300s Diaphragm 11 speed 1/250 lens Nikkor 12-24
see the story : http://federicotovoli.photoshelter.com/gallery/Libera-ITALY/G0000BV4B7HE2Yo4/C0000Jsk_yr1i7Y8

NO LIMITS? / ENGLISH

This picture belongs to my second reportage covering athletes with disabilities and, since it was about the ones going to 2006 Winter Paralympic Games in Turin, this whole work isn’t online anymore. We’re at Varese Lake and this guy was an athlete performing in different sports. I took this picture of him waiting for someone to bring him his canoe for a paddling on the lake. I have kept this picture for its strong graphical effect and the unmistakable visual reminder given by the wheelchair, as if to say “there are no limits”, or better yet “no limits for people with disabilities”.
Camera Nikon D100 Diaphragm 22  Time 1/250″  Lens 12-24 mm AF-D.

ABEL ALARCON COCALERO. YUNGAS: BOLIVIA

During my reportage about the traditional uses of the coca leaves in Bolivia, I got acquainted with the great family clan led by the “cocalero” and trade unionist Abel Alarcon. I also took part in the harvest and all the other stages of processing of coca leaves before their sale at the La Paz wholesale market. This picture portraits Abel staring happily at the harvest. The problem was that the great sack was by a door with a wing that was stuck in closed position. The only source of light in the room was coming from a window in the back. Hence I had no choice but to bounce back a flash with a miniscreen on the front side and exposure meter reading on the far away wall. Year 2006. Camera Nikon D100. Diaphragm 10  Time 1/3″  Lens 12-24 mm AF-D.

whole story : http://federicotovoli.photoshelter.com/gallery/Cocaleros-BOLIVIA/G0000Govz06dmpBk/C0000hKMUV0CJoXs

DURING THE HOLY MASS IN THE CHURCH OF ST.XAVIER

While making a reportage about the Jesuit Missions of the Bolivian Chiquitania region, i tried in many ways to include the figure of the man within the architectural context that allowed those areas to achieve the status of Unesco World Heritage Site. The easiest and most impactful thing to do was to take pictures of those so peculiarly decorated churches during mass.

San Xavier is not the most beautiful one out of all seven Missions, i spent just one day there. During mass, i noticed a burst of sunlight making its way in the shadows from the church’s main entrance.
Right under that decorated column, a bunch of kids were confabulating and running back and forth. So i underexposed in semispot mode in order to darken shadows a bit and not to burn the highlights, then i looked through the telephoto lens.
Year 2007. Camera Nikon D100.  Diaphragm 6,3  speed 1/125 lens zoom 80-200 f 2,8 AF
whole story : http://federicotovoli.photoshelter.com/gallery/Chiquitania-the-bolivian-far-east/G0000KGhbYLIWRjA/C0000u8KB2GzO_jo

Storie per immagini

 

Se fino ad ora abbiamo parlato di tecnica e di linguaggio, arriviamo adesso ad esaminare quel genere di fotografia che oltre ad essere il punto massimo del linguaggio fotografico è alla portata di tutti. Se per fare una bella foto pubblicitaria, esperienza a parte, occorrono un set di luci ed accessori da studio, se per fare una bella foto di moda  ci vogliono una modella che sappia fare il suo mestiere ed una serie di esperti di trucco, styling, acconciatura ecc…

Per fare un buon reportage bastano una fotocamera ed un obiettivo, la voglia di fotografare e le idee chiare in testa.

Che sia un fotoreporter di guerra oppure uno di viaggio, che tratti un libro fotografico od una indagine sociale, il fotografo che si dedica professionalmente al racconto fotografico, non si muove troppo diversamente da come sopra elencato. La differenza con l hobbysta è che il secondo è leggermente più fortunato, non è soggiogato alle regole del mercato per cui può scegliere liberamente i temi da trattare.

Un reportage non è altro che un racconto attraverso delle immagini, un parlare con le foto e non con le parole.

Costruire un racconto fotografico segue esattamente gli stessi processi di un qualsiasi altro tipo di dialogo : c è un messaggio da comunicare, si usa il linguaggio adeguato poiché l’ interesse di chi comunica è che il messaggio arrivi a destinazione. L’efficacia del linguaggio si vede quando non è  né troppo ermetico né troppo ingarbugliato, con qualche parola chiara  ma anche con qualche frasetta accattivante. Ognuno ha il suo linguaggio personale, quindi ognuno ha il suo modo di rapportarsi agli altri, di raccontare alla sua maniera un qualsiasi tema.

A questo punto è estremamente logico che

la prima cosa che serve ad un racconto fotografico è una tematica.

Potrebbero essere le vacanze al mare da mostrare agli amici, potrebbe essere “un giorno nella vita” dei propri cari, da spedire a congiunti lontani, potrebbe essere un mercato della frutta dove ci si reca ogni mattina oppure un paesello caratteristico che si è visitato in una domenica di primavera.

Ogni tema è buono per parlare attraverso le immagini  se si trova un filo conduttore nel racconto.

La ricerca di un filo conduttore non è altro che organizzare le proprie idee secondo il tema, quindi operare in maniera opposta dall uscire con la fotocamera al collo e scattare a caso.
Allora, se voglio raccontare di un mercato tradizionale della frutta avrò sostanzialmente la necessità di capire cos’è che accade all interno di questo mercato, i personaggi caratteristici, i banchi , le insegne, la gente che fa la spesa, le confidenze fra le persone. Per cui in primis farò un operazione di osservazione senza fotografare.

Il mio sguardo potrebbe essere così attratto da quel che succede da dimenticarmi di una panoramica. Una panoramica serve sempre infatti, per far vedere il posto dov è e com’è , bisogna sempre pensare di comunicare un luogo a chi non l’ha mai visto dal vivo.

L osservazione potrebbe essere fin troppo viziata dai personaggi caratteristici che ogni mercato ambulante ha, dimenticandomi quindi che, seppur semplicemente, la merce in vendita viene esposta con una certa cura, vengono fatte delle composizioni, arance e kiwi hanno forme simili, le banane son ben differenti, se riesco a prendere un angolo con le tre cassette vicine avrò già una composizione che può risultare gradevole nell ambito della narrazione. Se fotografo il panorama, i personaggi, la merce ho solo tre soggetti , se però accoppio merce a personaggi, cambio punto di vista per il panorama, gioco con la prospettiva scattando all ‘altezza dei banchi oppure scattando col teleobbiettivo dall’alto riesco ad essere più accattivante, se poi mi concentro sui particolari di gesti ho altre immagini a corollario del racconto. Se invece di scattare da lontano e rapidamente, con molta timidezza, vinco la barriera dell inibizione e mi intrufolo con la fotocamera nelle conversazioni fra venditori e compratori, mi faccio così tanto accettare da farmi ignorare, otterrò immagini spontanee, fotografia reale.

Il farsi accettare sta alla base del lavoro di chiunque stia al pubblico, dal fotoreporter al venditore di frutta c’è un rapporto col prossimo che deve essere di grande coinvolgimento. La macchina fotografica crea un immediato imbarazzo, un buon reporter deve trovare i suoi mezzi di comunicazione personali per “normalizzare” la situazione, soltanto a quel punto se la potrà vivere totalmente, potrà in un certo senso essere tutt’uno con la macchina fotografica ed ottenere ottimi risultati.


Tutti i soggetti di cui si parla più sopra, potrebbero essere realizzati da tante mani diverse in tanti momenti diversi, le singole foto potrebbero essere assemblate da un altra mano, questa cosa accade spessissimo all interno di un magazine, quel che fa la differenza col lavoro di una persona sola è la continuità, e quì subentra di nuovo una scelta, un “tocco” personale. Posso scegliere di “omogeneizzare” il mio reportage usando sempre lo stesso tipo di luce, scegliendo fra colore e bianco e nero, nel caso specifico di un mercato potrebbe essere bello concentrarsi sulle forme e sui gesti e quindi bianco e nero, per non perdersi fra contrasti duri ed ombre non volute andrebbe bene la luce soffusa di una giornata nuovolosa…

Se voglio raccontare “un giorno nella vita” di una persona cara la seguirò dal risveglio fino alla buonanotte sfruttando sempre un obbiettivo, od inquadrandola in maniera particolare nel suo ambiente, oppure alternando foto col grandangolo a particolari dell ambiente, oppure cercando dei simboli della sua giornata . Il telefono della doccia del risveglio inquadrato in primo piano, una foto col grandangolo che mi metta in risalto il viso del soggetto sull autobus pieno dell’ora di punta, le sue dita sulla tastiera del computer, il soggetto durante la palestra del dopo lavoro, fotografato col tele insieme a tanti altri suoi simili, la cena in famiglia col mio soggetto centrale, le birre del pub del dopocena riprese in primo piano, il mio soggetto che va a guardare nel frigo in piena notte, ripreso con la luce del frigo soltanto….

Un qualsiasi reportage , quindi, necessita di idee chiare e determinazione operativa, ma anche di non lesinare negli scatti, la situazione che si ha davanti non può essere mai pianificata in precedenza, si può evolvere in meglio o in peggio; allora si rimpiangerà di aver scattato poco quando la fruttivendola dal volto tipico improvvisamente prende in braccio il bambino di una cliente e la scheda è piena, come del resto si rimpiangerà di non aver fatto più scatti a quelle mani che prendevano la frutta perché durante l’unico click è passata una persona davanti all obbiettivo ed ha rovinato l inquadratura.

 

Cocaleros

Santa Clotilde

Ritratto

Il desiderio di trasmettere la propria immagine nel tempo, il desiderio di fermare un momento di se stessi e pensare che esso stesso ci sopravviva è insito nella natura umana. Da questo desiderio generazioni di artisti di ogni luogo hanno tratto sostentamento , ritraendo potenti piccoli e grandi.

I musei ed i castelli d’Europa sono infatti pieni di quadri che riportano volti e dintorno a quei volti bei vestiti e interni sontuosi. Il quadro più famoso del mondo, forse, è proprio un ritratto, la Gioconda.
La fotografia ha avuto uno dei suoi primi boom col ritratto, visto che oer la prima volta l’uomo si vedeva riprodotto tale e quale era,  perennemente e a portata di ogni tasca… nei ricordi di tutte le famiglie c’è sempre qualche bisnonno ripreso nello studio di un fotografo.
Si continua tutt’ora a fare ritrattistica fotografica; sia a livello amatoriale che professionale il ritratto è un genere dove si sperimenta, si lavora seriamente, ci si sbizzarrisce, specie in campo amatoriale, visto che in fotografia professionale un buon ritrattista si concede per motivi pecuniari più facilmente alla fotografia di moda o di matrimonio.

Quadro di Rembrandt

 

 

Foto studio Nadar
Foto studio Nadar

Vediamo a questo punto di capire che cos’è effettivamente un ritratto.

Per raffigurare il volto di una persona , infatti, c’è una scuola precisa di pensiero che indica inzialmente l’uso di un teleobbiettivo corto per evitare ogni tipo di deformazione. Le case produttrici di obiettivi generalmente hanno un 85mm luminosissimo venduto come “da ritratto”.

Segue poi lo studio della luce, che si preferisce diffusa e proveniente lateralmente dall’alto
La tecnica di una sola luce in fin dei conti era la stessa che veniva usata dai pittori dei secoli precedenti, anche nel caso del ritratto. Un tipo di luce creata dalla disposizione di illuminatori per luce artificiale in studio è detta infatti luce Rembrandt.

Bisogna sempre tener presente il concetto di luce e di ombra, ovvero, una luce genera un’ombra, sapersi giostrare su questa regola porta alla realizzazione di ottimi scatti.
Basteranno pochi esperimenti per capire che la luce diretta su un volto non genera buoni effetti, uno per le ombre portate che creano baffetti alla Chaplin e doppi menti, due perché se porto dall’ombra al sole ( o se gli punto addosso una lampada da studio ) una persona questa tende a stringere gli occhi e si sente in una situazione di disagio.
L’importante, infatti, nel ritratto è ottenere un’espressione, tirare fuori il meglio da chi si ritrae, e per far questo bisogna non farlo sentire come dal dentista ! ! !
Anche quì subentra il “savoir faire” del fotografo, il saper far vincere l’imbarazzo , creare un clima di complicità tale da chiedere ed ottenere espressioni e pose…insomma un fotografo ritrattista deve essere un po’ come il regista cinematografico con gli attori sul set. Costruire  un piccolo studio per la ritrattistica non è un’impresa impossibile, l’industria fotografica professionale non è riservata ai soli professionisti; alcuni flash cllegati fra di loro,  pannelli di schiarita e fondali, accessori come un bank, diffusore di luce, oppure l’ombrellino, riflettore di luce danno svariate possibilità.

In questa era di comunicazione globale accessibile globalmente, di condivisioni di vite intere oltre che di saperi può capitare di perdere di vista ilconcetto di ritratto poiché visitando siti di professionisti c’è il rischio di imbattersi in gallerie chiamate “ritratto” dove i soggetti guardano altrove e sono stati palesemente fotografati per strada da distanza, dove voltano le spalle alla fotocamera oppure dove salta all’occhio più l’abito che l’espressione. Potrebbe essere un punto fermo pensare che il ritratto sia SGUARDO NELL’OBIETTIVO. Proprio per quella compicità di cui sopra.

C’è poi una grande suddivisoone di cui si deve parlare. 

Lo sfondo

Una collezione di fanciulle in fiore in cui debbano risaltare sostanzialmente espressioni del viso e linee del corpo non ha miglior luogo di uno studio fotografico, dove si può piazzare un fondale neutro ad isolarle dal resto del mondo e mettere in risalto quel che da un viso e un corpo traspare.

Ma si possono fare dei buoni ritratti senza bisogno di tutto ciò.
C’era un famoso ritrattista tedesco, August Sander, che nella ciclopica impresa di fare il ” ritratto del popolo germanico ” chiedeva ai suoi soggetti di porsi nella posizione e nelle condizioni in cui si sentivano più a proprio agio, in pratica, essendo gli anni venti dello scorso secolo ancora un tempo di pellicole a bassa sensibilità e macchine sul cavalletto, metteva in posa le persone per strada o in casa propria o sul posto di lavoro .

Andava quindi in senso opposto del concetto di sfondo neutro “inserendo” l’ambiente nel personaggio ritratto
Adesso il ritratto ambientato è ancora più facile, viste le molteplici opportunità tecniche a disposizione, anche se in fotografia si può dimostrare di poter fare grandi cose con mezzi semplicissimi.
Concentrarsi su un’espressione, mettere a fuoco solo gli occhi, usare un piccolo tele e sfocare il retro….un buon ritratto, talvolta ottimo, senza alcun artificio.

L’importante in questo settore, come del resto in tutti gli altri, sono le idee chiare, una buona padronanza della tecnica e saper stare con le persone, tanto da tirar fuori da esse il massimo….per fermarlo nel tempo

© Federico Tovoli

La COMPOSIZIONE, il LINGUAGGIO FOTOGRAFICO

Fino ad ora abbiamo visto quante opportunità diverse offre una fotocamera, quanti siano gli artifici per potersi destreggiare in ogni situazione.
Una volta presa piena confidenza con tutto ciò siamo all’esatta metà dell’opera. Dietro alla fotocamera, infatti, c’è un operatore che deve decidere quando e  quando non fare “click” ma soprattutto come farlo. In definitiva chi fotografa opera una scelta che va più il là della conseguenza delle luci o dei materiali che si hanno a disposizione, si tratta di un qualcosa di molto più complesso che si chiama linguaggio. 

La fotografia non è altro che un linguaggio per immagini, in definitiva non molto differente da quella pittura medioevale che abbelliva le chiese ma il cui scopo principale era narrare eventi del vangelo a un popolo totalmente analfabeta. I tempi sono radicalmente cambiati, adesso si usa la fotografia per essere più incisivi nel proprio messaggio, sia nel giornalismo che nella pubblicità o nella vita privata. 

Anche la fotografia ricordo infatti è un linguaggio, i nostri nonni che si ritraevano quando andavano in gita nelle grandi città, oppure a fare le scampagnate, la classica proiezione post-ferie non sono altro che comunicazioni : “ Noi eravamo lì e ci siamo stati bene.” La gente di mezzo secolo fa era molto diretta : mamma e figli si mettevano in posa davanti al monumento, babbo andava indietro il più possibile per infilare nell’inquadratura le figure intere e il monumento e il gioco era fatto. Spesso invece capita il fotoamatore evoluto che propone lo slideshow estremamente soporifero, otto scatti dello stesso campanile, qualche immagine troppo scura fatta al ristorante, i bambini che giocano su un prato di montagna ripetuti per quindici files… Nel primo caso la comunicazione era chiarissima, mamma bimbi e monumento, stop, nel secondo se ne vede solo l’intenzione ma la comunicazione è così confusa che nessuno carpirà quel feeling familiar-vacanziero che indubbiamente c’era.

Paradossalmente la diffusione massiccia delle fotocamere digitali incluso quelle sui cellulari, i social network etc…hanno di nuovo semplificato lo stesso messaggio della famigliola di mezzo secolo fa, invece di mettersi in posa e affidare agli altri la foto davanti al monumento, si fa l’universalmente diffuso selfie

Un linguaggio come gli altri 

La fotografia è un linguaggio come gli altri, se non si è chiari non ci si capisce, se non si punta al centro della questione si continua a divagare e a non capirci.

Con tutti gli strumenti a disposizione, un po’ di allenamento vedendo le foto pubblicate sulle riviste , essendo molto critici nei confronti di se stessi si dovrebbe fare allenamento di chiarezza. L’importante è capire che per comunicare quella bella (o brutta) situazione che ci ha spinti a scattare la fotografia vanno trovati dei codici che portino la sensazione a chi non era presente e non può far altro che vedere la fotografia.

Il primo passo è capire che l’immagine va composta, che si tratti di un ritratto in studio o di un’immagine rubata per strada chi scatta opera sempre una scelta che comincia col come posizionare la macchina.
Poi bisogna entrare nell’ordine di idee che tutti gli elementi all’interno della composizione devono essere funzionali e non di disturbo.

Si deve comunque considerare che nel comporre un immagine non esistono regole fisse:
Un gruppo di persone che si muove in un ambiente può essere ritratto più efficacemente da un teleobbiettivo che non da un grandangolo, avrò infatti per effetto dello schiacciamento dei piani tutti quanti più vicini, e continuerò a vedere l’ambientazione, il panorama . Un bel ritratto ambientato può anche essere fatto col grandangolo, mi “amalgamerà” di più soggetto e il luogo . Se quel che interessa è lo sguardo della persona un buon tele me la isolerà dal resto del posto.

Indipendentemente dagli obiettivi e dai soggetti, ogni immagine si muove in uno spazio, bisogna imparare gestirlo, in altre parole il soggetto deve essere il più possibile chiaro, questo non significa per forza vicino,

Se il soggetto non è una persona, ma un qualcosa che accade  in un ambiente che ci sia quella e basta o che sia così evidente che tutto il resto risulti quasi inapparente.

Lo spazio  resta determinante, né troppo né poco. 

Se devo fotografare qualcuno che ha sullo sfondo delle montagne, ed ho a disposizione svariati metri dietro di me per muovermi, ma anche gli obbiettivi giusti per scattare, non andrò certo venti metri indietro per prendere uno spazio enorme sotto i piedi del soggetto, sceglierò se fotografarlo avvicinando il piano montagne a quello del soggetto ( e quindi con un…) oppure prenderlo abbastanza da vicino abbracciando anche tutte le montagne ( e quindi con un…).
Se devo fotografare un ambiente urbano, dove generalmente c’è un viavai di auto e biciclette ma in quel momento non c’è nessuno, aspetto che passi qualcuno, per riempire l’immagine…
Un corpo umano non lo “taglierò” mai se non primo piano (testa e collo) mezzobusto (dalla punta dei capelli all’altezza del diaframma), piano americano mezzobusto (dalla punta dei capelli a mezza coscia) e figura intera, tutto il resto mi risulterà disarmonico, incluso lasciar fuori mani e piedi in una figura intera, o fare un ritratto mettendo un primo piano nel centro esatto dell’immagine in orizzontale.
Ci  sono poi regole compositive, quella dei terzi la piu diffusa, che servono come orientamento, per migliorare la propria maniera di fotografare, ovvero avere immagini piu effcaci, ma soprattutto per evolvere il proprio linguaggio e trivar la maniera giusta per romperle

Carpe diem 

Oggigiorno non si fa altro che sentir dire che le foto più belle sono quelle spontanee, positivo per il risultato della fotografia ma negativo per il fotografo principiante. Infatti, i primi tempi che si cerca di scattare qualche fotografia un po’ più seriamente si è così impegnati a pensare se si è messo tutto al punto giusto che magari si perde quell’irripetibile attimo che rende di serie A una fotografia di serie C.

Nessun problema, tempo al tempo, basta però sapere che comunicare attraverso le immagini significa anche saper prendere questi attimi, ma che poi, una volta digerita tutta la parte tecnica si imparerà a prenderli in un’attimo.

 

© Federico Tovoli Photojournalist

Davanti al computer

Se una volta il fotografo professionista concludeva il suo lavoro consegnando al cliente stampe o diapositive, se il fotoamatore si limitava a ritirare il lavoro nella bottega del fotografo, in fotografia digitale la fase scatto è quasi  la metà dell’opera.

Il fotoamatore può tranquillamente continuare a recarsi a bottega e magari scegliere insieme al fotografo le foto da stampare visualizzandole sul computer del fotografo, il professionista deve invece vagliare il suo lavoro attraverso softwares di gestione ed elaborazione delle immagini, nonché consegnare al cliente le immagini pronte per qualsiasi tipo di ultilizzo…..ed anche il fotoamatore generalmente  fa lo stesso per gestire appieno il risultato lungo  tutto il flusso di lavoro.

Il computer, ormai , potrebbe anche definirsi un elettrodomestico ed in ognuno di essi già installato almeno uno dei softwares di cui sopra.

Bisogna pensare la moderna filiera produttiva della fotografia con due punti di partenza: fotocamera digitale oppure scanner, una convergenza all’interno di un computer ed una serie di periferiche in uscita come:

  1. stampa fotografica da lab (processo sviluppo/fissaggio della carta)
  2. stampa fotografica da stampante ad inchiostri
  3. stampa tipografica (uso professionale con fotografia impaginata in un contesto più generale
  4. DVD o altri supporti ottici
  5. rete internet nel senso più ampio del termine

Ovviamente un’immagine può “uscire” dal computer separatamente su ognuna di queste periferiche, come può arrivare ad una seguendo una sequenza che implichi l’uso di un’altra. Posso infatti stampare con la ink jet domestica una copia di una foto che invio anche  in email agli amici lontani, masterizzare un DVD con la stessa foto per andare dal fotografo e farne stampare infinite copie col lab ( costa meno) oppure posso movimentarla in FTP, Wetransfer  o mail  per il lab stesso o per la tipografia.

Ritornando ai softwares di gestione va detto che essi hanno l’indubbio vantaggio di visualizzare immediatamente tutto quel che è stato scattato, poter scegliere le giuste ed eliminare le sbagliate, editare racconti fotografici, stampare oppure addirittura creare le presentazioni (dette slideshow in memoria della defunta proiezione di diapositive), si può inoltre cambiare l’algoritmo di compressione dell’immagine ed anche la risoluzione :

Se un tiff a 300 dpi e con una base di 40cm è lo standard ideale per l’alta definizione e praticamente per una buona stampa anche 50×70, una sua copia jpg a 6 cm di base è quella che ci vuole per essere veicolata via mail…darà invece una stampa piccolina che modificandone le dimensioni evidenzierà velocemente la struttura in pixels; un cambiamento in algoritmo jpg e 72 dpi di risoluzione sono le coordinate giuste per la gestione  sui siti privati online, i socials hanno algoritmi loro che ottimizzano le immagini che vi si caricano sopra, da qualsiasi risoluzione di partenza.

Nella gestione e l’archiviazione delle immagini ci vuole una discreta razionalità. Si possono infatti creare delle cartelle d’archivio esattamente come con documenti di testo .Si possono richiamare con una semplice parola chiave scatti di sei anni prima senza andarseli a cercare nell’armadio di camera con la speranza di non aver vuoti di memoria ed averli riposti da altre parti.

Anche quì, come nel caso della fotocamera digitale, bisogna prendere in considerazione il problema spazio, che essendo virtuale è comunque di gran lunga inferiore a quello fisico. Se si continua ad archiviare sull’hard disk del computer, per quanto possa essere capiente e potente ad un certo punto dirà “basta”. Bisognerebbe entrare subito nell’ordine di idee di masterizzare DVD o affidarsi ad HD esterni entrando nell’ordine di idee della doppia copia. HD e DVD non sono mezzi garantiti al mille per cento.

Con l’avvento dell’immagine in digitale si è posto un problema morale che già comunque sussisteva, quello della manipolazione delle immagini e quindi della loro falsificazione. C’è una foto di Lenin che arringa le folle da un palco in una piazza e alla sua destra c’è un evidente spazio vuoto….una volta occupato da Trotzky, abilmente cancellato da un ritoccatore al momento in cui venne estromesso dai ruoli chiave dell’URSS e “cancellato” dalla storia, all’epoca non esisteva il computer!!!!

Il vantaggio del computer è infatti quello di poter “ritoccare” e manipolare l’immagine con moltissima più facilità di un ritocco manuale e per giunta indelebile, tutti si sono divertiti a mettere i riccioli neri alla foto dell’amico biondo, cambiarne il colore degli occhi ecc…I fotografi specializzati in matrimoni usano il computer per effetti speciali molto più moderni di quelli dei filtri cokin ma anche per togliere elementi sgradevoli (un cestino di rifiuti, una brutta scritta sul muro) dalle immagini scattate. Anche per il ritocco ci sono molti programmi, uno su tutti, il vero gigante della situazione è ADOBE PHOTOSHOP, software dalle possibilità infinite. Con o senza Photoshop il ritocco fotografico consente di estrapolare il meglio da ogni immagine, soltanto attraverso delle funzioni di base, che i softwares di gestione solitamente hanno ma in maniera molto più grossolana. Esaltare o dimunuire i colori, gestire le ombre ed i contrasti, talvolta riquadrare è un lavoro normale per ottimizzare un’immagine.
Il lavoro delle foto al computer è stato da molti definito la “camera oscura digitale”, infatti gli interventi basilari ed anche quelli leggermente più sofisticatio ricalcano I vecchi interventi manuali in camera oscura, col particolare che in digitale ciò si fa anche con immagini a colori, cosa impensabile ai tempi dell’analogico, si lavora in piena luce del giorno, con le finestre aperte, senza cioè stare per ore al buio a respirare miasmi chimici.

Due elementi chiave da cominciare a prendere in considerazione già dalla fase scatto/ settaggio della fotocamera, che poi seguiranno il flusso di lavoro sono il PROFILO COLORE e l’ISTOGRAMMA.

Il primo è come se fosse un codice per leggere il colore sempre nella stessa maniera, detta in parole semplicissime perché quell’immagine con quei colori che si vedono sullo schermo LCD siano il più possibile gli stessi nella stampa finale.

Di profili ne esistono molti, i più comuni sono l’RGB e l’AdobeRGB, il primo è meno ricco di sfumature di colori del secondo, in termini tecnici si parla di profondità di colore.

Adobe Photoshop ha l’opzione di cambiare profilo, i laboratori professionali di stampa hanno i profili già impostati e intercambiabili nelle stampanti.

Il miglior lavoro si fa con un monitor la cui resa del colotre sia stata ben calibrata.

 

L’istogramma è invece il grafico delle tonalità presenti in una foto, a sinistra le alte luci e i toni chiari, al centro toi e luci intermedie a destra i toni scuri.

L’istogramma fatto a coppa potrebbe essere il più bilanciato di tutti.

Un istogramma sbilanciato però non vuol dire automaticamente foto sbagliata, un monumento illuminato in notturna con tanti cielo dintorno sarà fprzosamente sbilanciato a sinistra,

Valutarlo in fase post-scatto può aiutare a capire se ci sono sotto e sovra esposizioni, in fase di post prodizione con Photoshop si può variare per regolare contrasti e tonalità di un’immagine.

Caratteristiche specifiche della fotocamera e del mondo digitale

L’avvento del sensore digitale nelle fotocamere e del relativo scherno LCD ha rivoluzionato la fotografia.

Il sensore è  un microprocessore elettronico che reagisce alla luce trasformandola in impulsi elettrici che vanno al circuito di elaborazione il quale trasforma il tutto in segnale analogico da inviare immediatamente alla scheda di memoria.

Il sensore è composto da milioni di sensori individuali chiamati pixel (per cui si parla di 24 megapixel per intendere 24 milioni di pixel e si abbrevia con Mpixel), maggiore è il numero dei pixels e maggiore è il dettaglio col quale viene catturata un’immagine. Vanno però considerate la fase di elaborazione dati presente dentro alla macchina nonché le dimensioni del sensore, più grandi sono queste ultime e più è sofisticata la fase di elaborazione, più aumenterà la qualità dell?immagine.

Fonte internet

Se in pratica, bastano 2 Mpixels per ottenere una stampa 12×18 qualitativamente valida, il risultato della stessa proveniente da un cellulare con fotocamera sarà di gran lunga inferiore a quello di una reflex digitale a 24Mpixels, non soltanto per il numero pixels ma per l’elaborazione successiva prima del trasferimento sulla card. Questo malgrado l’avanzata rapidissima della tecnologia delle fotocamere dei cellulari.

RAW o JPG?

Malgrado il quantitativo di Gigabytes disponibili sulle schede di memoria attualmente in commercio dia l’illusione dello spazio infinito, prima o poi la scheda si riempirà. Per questa ragione e per un tema di qualità dell’immagine bisogna entrare nell’ordine di idee dell

Algoritmo di compressione.

 

Una foto scattata in digitale viene acquisita per l’intero di numero di pixels di cui il sensore è composto, viene poi registrata ad una risoluzione (dpi = dot per inch ovvero punti per pollice) scelta dalla fotocamera ma sta all’operatore scegliere il formato in cui comprimerla.

Bisogna pensare alla compressione come ad una ripiegatura dell’immagine , la modalità con cui si sceglie di farlo si chiama “formato “ ed in realtà si tratta di un algoritmo di compressione (algoritmo= serie di istruzioni) e quelli a disposizione per la fotografia sono principalmente due :

Jpeg e Raw. Il primo è il più semplice e diffuso, consente livelli di compressione tali da immagazzinare migliaia di immagini sulla stessa schedi….è però la situazione dove la qualità si perde poiché per comprimere  seleziona quali dati scartare  e ricostruire subito dopo, col rischio di perdita di alcuni . Raw significa “grezzo” ed  è il formato che passa dal sensore alla card senza elaborazione, conserva una  qualità ed occupa  molto  più spazio del jpeg; su un Gigabyte, ad esempio, la Nikon D700 ospita 161 scatti in Raw contro 373 in jpeg ad alta qualità.

Per le sue caratteristiche il RAW è considerato il NEGATIVO DIGITALE

Infatti non è un formato modificabile, a differenza del jpeg, però dal RAW si producono JPG, tiff o altri formati non propriamente fotografici

Questo processo implica uno “sviluppo” al computer attraverso programmi appositi

Si deve tener presente che non è possibile alcun processo inverso senza compromettere la qualità , trasformare un jpg in formato piccolo in un RAW od altro  è una partita persa perché la qualità di partenza resta quella

Quasi tutte le fotocamere reflex di stima generazione offrono la possibilità di produrre con uno scatto solo il RAW ed il Jpg e di quest’ultimo offrono tre opzioni in dimensioni, il Fine ( migliore e dello stesso formato del RAW), il medio ed un base che è il più compresso di tutti.

Offrono inoltre la possibilità di settare la qualità del colore, dal saturo al monocromatico direttamente in ripresa, questo ovviamente per il jpg visto che il RAW non si tocca.

C’è  addirittura la possibilità di correggere il colore producendo una copia direttamente sulla macchina.

Sono tutte funzioni utili a chi deve stampare velocemente, senza passare dal computer, altrimenti è meglio il monitor grande dello schermo LCD, solo per una questione di dimensioni e praticità. 

Personalmente uso il RAW+jpeg fine solo se devo fare un lavoro col bianco  e nero, setto il tutto in modalità monocromatica almeno ho un’idea di come mi viene in bianco e nero.

Ma il vantaggio operativo della digitale non si ferma qui. Forse la caratteristica principale del mondo digitale  è il “bilanciamento del bianco”, si tratta di una filtratura virtuale che porta sempre e comunque all’eliminazione delle dominanti colore direttamente in fase di scatto. In pratica si tratta di quello che una volta si faceva coi filtri di correzione del colore , in digitale al contrario ci sono già delle funzioni da impostare che riportano ai colori equilibrati ogni immagine a seconda del tipo di luce dalla quale è illuminata. Ogni fotocamera ha già preimpostato il bilanciamento giusto per sorgenti luminose come la luce solare a quella del neon, l’ombra, la luce a incandescenza, il nuvoloso e il flash, ma soprattutto ha un  bilanciamento automatico che abbraccia una casistica molto ampia.  C’è poi  quello personalizzato, quest’ultimo da usare solo in caso di luce mista. In pratica dovendo fotografare un soggetto illuminato da luci tungsteno e fluorescenti ( basta un interno di un ristorante, ad esempio) si deve cercare una porzione di solo colore bianco illuminata da suddette luci e attraverso una procedura, “dire” alla fotocamera che quello è bianco, sarà la fotocamera a tarare la luce in base a quel bianco. Non c’è una regola che valga per ogni sensore. Generalmente l’automatico funziona per quasi tutte le situazioni tranne neon e incandescenza ma fattori esterni quali il colore dell’ambiente e la densità delle nubi potrebbero influenzarlo negativamente e richiedere un bilanciamento dedicato.

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© Testo: Federico Tovoli

Un sacco di accessori

Come ogni altro settore  commerciale  anche in fotografia gli accessori sono tanti .Il corredo di un fotografo, dovrebbe essere completo con un buon cavalletto, pochi elementari filtri e un flash.

Il cavalletto ideale: gambe con tre segmenti, braccio estendibile in verticale, testa con manopole per i tre movimenti
Il cavalletto ideale: gambe con tre segmenti, braccio estendibile in verticale, testa con manopole per i tre movimenti

 

Un buon CAVALLETTO , detto anche treppiede, consente  di lavorare con tempi e diaframmi a piacimento  senza rischiare foto mosse, ovvero  in tutte quelle situazioni dove

La quantità di luce impedisce di usare la macchina a mano  libera.

altrimenti

Se si vuole curare bene la composizione di un’inquadratura inanimata e la si voglia gestire dal visore LCD

Di cavalletti ce ne sono tanti in commercio, i migliori sono quelli che non pesano né troppo né poco e che hanno la testa ( la struttura dove si avvita la macchina ) che può ruotare su se stessa e piegarsi in avanti e di lato, movimento quest’ultimo impossibile ( o complicatissimo) con le teste adatte al video.

Premere manualmente il bottone di scatto a velocità d’otturazione molto bassa implica rischi di “micromosso”, se poi si superano i tempi preimpostati ( il max 30″) diventa faticoso e controproducente restare col dito sull’otturatore. Gli apparecchia analogici avevano una filettatura su cui inserire uno scatto flessibile, che con lo stesso principio della siringa ed una valvola di fermo consentiva esposizioni lunghissime senza alcun rischio. Adesso la maggior parte delle fotocamere digitali non l’ha più ma ci sono comandi a distanza che hanno sostituito il flessibile

In mancanza di flessibile o telecomando è possibile fare lo stesso con l’autoscatto, funzione presente in tutte le macchine.

In mancanza di cavalletto è possibile organizzarsi con sacchetti di sabbia, maglioni in cui affondare il corpo macchina, muretti ecc..

E’ chiaro che la stabilità lascia un po’ a desiderare e che di conseguenza ci vuole molta attenzione che col cavalletto.

 

Flash di moderna concezione, testa rotante, piedistallo e pannolino riflettente
Flash di moderna concezione, testa rotante, piedistallo e pannellino riflettente

L’ altro accessorio di base è il flash,tutte le macchine l’hanno incorporato, spesso non è possibile fare niente oltre quello che il flash fa da sé, nelle reflex è più gestibile ma è pur sempre un dispositivo di scarsa potenza,  prendiamolo  in coinsiderazione la reflex e consideriamolo accessorio a parte.

Il flash è da pensarsi come un piccolo sole di luce bianca portatile , risolve situazioni di scarsa o pessima luminosità .

La ragazza  all’ombra di un albero  e dietro ha un bel panorama di montagne  soleggiato , senza un “ colpo di flash” verrà completamente nera, oppure esponendo senza flash su di lei sbiancherà inaccettabilmente tutto il panorama.

E’ il momento di fare un passo indietro e capire come funziona il flash.

Si tratta di un lampo luminoso generato da un corto circuito provocato dalla pressione sull’otturatore (anche se non in tutti i casi)  e viaggia a tempi da 1/10000 ad 1/40000 di secondo. Questa elevatissima velocità è comunque sincronizzata con lo spostamento dello specchio ( sulle reflex)  ha un tempo limite detto di sincronizzazione oltre il quale l’emissione del lampo andrà ad incontrarlo, per cui la macchina stessa una volta che sente inserito il flash inibisce lo scatto a tempi più rapidi di quello di sincronizzazione. Se il tempo sincro della mia fotocamera è 1/60 ed io uso il flash con 1/250  ho questo problema, se uso velocità di otturazione più lente . Seguendo questo ragionamento potrei usare il lampo in interni facendo entrare in gioco anche la luce presente.

 

COME SI FA:

Si fa finta di non avere il flash 

Se col lampo posso fotografare fino ad 1/60 ma l’esposimetro mi legge 1” regolo la ghiera dei tempi su quest’ultima lettura e scatto, avrò dunque catturato la luce che fa atmosfera in più avrei congelato i soggetti col colpo di flash…..provare per credere il risultato sarà più gradevole che scattando ad 1/60.

Il flash è una luce e come tutte le luci si disperde allontanadosi dal punto di emissione ( porebbe far comodo sapere che esiste una legge fisica detta del quadrato inverso per la quale raddoppiando la distanza fra la fonte luminosa e il soggetto, la luce diventa un quarto e non la metà)  la compensazione di questa dispersione, per avere sempre e comunque l’immagine correttamente esposta , si fa operando  aprendo il diaframma  conseguentemente alla distanza del soggetto da macchina a flash.

Una volta c’erano solo due modi per fare questo calcolo:

1) uso del numero guida del flash:

Il numero guida è l’unità di misura della potenza del flash, normalmente un flash si ritiene di buona resa con un numero guida (convenzionalmente stabilito per 100 iso) a partire da 35.

Dividendo il numero guida per la distanza si ottiene il diaframma giusto.

La distanza si legge direttamente sull’obbiettivo e ponendo che sia 5 metri con un flash da Numero guida (d’ora in poi NG) 35 il diaframma da impostare è 7, non esistendo come tale si tende ad approssimare a 5,6, ottenendo un immagine leggermente sovraesposta oppure a 8, leggermente sottoesposta, oppure, potendolo fare, si imposta l’apertura del diaframma a metà frai due ottenendo un’immagine correttamente esposta

2) Uso del regolo presente sul dorso del flash stesso

Il metodo del NG ha però dei limiti, oltre ad essere un po’ cervellotico e non esattamente immediato, per cui i flash hanno  una scala variabile a seconda della sensibilità della pellicola che indica il diaframma da impostare a seconda della distanza.

Questi sono i flash totalmente manuali, ancora presenti sul mercato  e funzionanti, ma abbastanza  surclassati dall’invenzione del sistema Automatico e dal TTL.

In pratica l’automatico è  un sensore presente sul flash legge la luce lampo riflessa dal soggetto ed interrompe il flusso luminoso appena la quantità di luce è suffciente. Serve a tre cose fondamentali.

a) Esporre correttamente il soggetto

b) Economizzare le batterie

c) Non perdere la testa in calcoli fra distanze e diaframmi

Il daframma da impostare si trova sulla parte dedicata all’automatico presente sullo stesso regolo del manuale, spesso ci sono due o tre automatici dedicati a due o tre distanze diverse, che comunque hanno sempre una tolleranza di alcuni metri. Impratichirsi con gli automatici di solito è molto facile, bastano un po’ di prove per capire quali sono i diaframmi giusti alle diverse distanze ed impostarli senza stare sempre a controllare il regolo.

La tecnologia è andata ancor più avanti, il flash è quasi un’intelligenza artificiale da quando è stato inventato il sistema TTL, lettura attraverso l’obbiettivo,  una cellula della fotocamera , e non più del flash, legge la quantità di luce che arriva al sensore  ed un computer comunica al flash il punto in cui interrompere il flusso luminoso. In questa maniera ci si dimentica in pratica di avere il flash. . Se un automatismo implica un diaframma il TTL consente l’uso di svariati diaframmi con svariate distanze, poché “ci pensa” il computer…..

Inoltre non c’è neanche più da fare calcoli se si usa il flash indirettamente o se si usa con un filtro montato sull’obbiettivo o sulla parabola flash è sempre lo stesso computer che va leggere la luce alla fine del suo percorso.

La tecnologia ha fatto dei notevoli passi avanti anche riguardo alla qualità della luce e alle possibilità di gestirne la direzione . Se soltanto venti anni fa i flash potenti erano degli ingombranti attrezzi montati su un braccio attaccato da una staffa alla fotocamera, ora funzionano tutti attraverso un attacco sopra la macchina (il contatto caldo) sono più piccoli e maneggevoli e soprattutto hanno una testa rotante  e alcuni diffusori come accessori di serie.

La testa rotante mi consente l’opportunità di far rimbalzare il lampo su una superficie riflettente in modo di avere un effetto morbido detto “bounce”, mescolando questo effetto con la luce ambiente posso arrivare addirittura a “far sparire l’effetto flash”.

In tempi di analogico era necessario spendere molte parole per il terzo polo dell’accessoristica, i filtri adesso che la fotografia di fatto è digitale l’unico filtro di cui parlare è il polarizzatore, il suo uso più classico è quello di eliminare i riflessi dai vetri, serve comunque rendere più dense le tonalità di colore, a fare i cieli più azzurri ad eliminare la foschia, oggigiorno è sempre montato su un supporto che lo fa ruotare. Praticamente la rotazione è la scelta di un piano dal quale far passare la luce desiderata, lasciando fuori, ad esempio, riflessi o velo atmosferico.

Altri due filtri utili sono lo Skylight ( o UV ) e gli ND, acronimo che sta per Neutral Density.

Lo Skyilight è soltanto un filtri di sicurezza da piazzare davanti alla prima lente dell’obiettivo, evita sporcizia e in caso di danno si rompe prima ( e spesso al posto) della prima  lente. La sua variante UV proviene direttamente dal mondo della pellicola, serviva ad eliminare i raggi ultravioletti che specie di mattina e in ombra davano uno sgradevole effetto blu. La tecnologia digitale ne ha surclassato l’uso e quindi è soltanto un vetro protettivocome lo Skylight.

Gli ND sono invece filtri grigi che diminuiscono la quantità di luce che arriva al sensore. Consentono in pratica velocità di otturazione anche molto lente in condizioni di luminosità inappropriate. Un ruscello fotografato in pieno sole non potrà mai creare l’effetto spuma perché anche col minimo degli ISO, solitamente 100, non si può arrivare a quel 1/2 secondo che consentirebbe l’effetto. Cosa più semplice da farsi è piazzare un filtro grigio che abbassi la luminosità.

Una fotocamera molti obiettivi

 

 

 

Senz’altro si è già sentito parlare di obiettivi e della loro classificazione : “ un ventotto”, “un cinquanta millimetri”, uno “ zoom trentacinque settanta “ ….. nomi a caso che però sono una buona introduzione .

Già abbiamo visto le caratteristiche principali dell’obbiettivo : il diaframma ed il gruppo di lenti; adesso è opportuno sapere che ogni casa produttrice ne ha in catalogo una serie che copre dalla panoramica più ampia fino al soggetto più lontano.

Nel primo caso di parla dei grandangoliari e nel secondo dei teleobiettivi.

Gli obbiettivi si dividono in due grandi gruppi:

gli obbiettivi   fissi

e

gli zoom

 

I primi hanno una LUNGHEZZA FOCALE UNICA  ed ESPRESSA IN MILLIMETRI, essa rappresenta la distanza che c’è fra il centro del gruppo di  lenti e il piano di messa a fuoco ( dove c’è il sensore prima c’era la pellicola).  I secondi hanno una LUNGHEZZA FOCALE VARIABILE ( da Xmm a Ymm)  e allargano e restringono il campo a piacimento .

 

Siano zoom oppure fissi gli obbiettivi hanno caratteristiche ben precise.

Abbiamo infatti gli obiettivi “ per fotografia panoramica ” che si chiamano grandangolari e che hanno una lunghezza che varia dai 10 ai 35-40mm  ; essi sono stati progettati per coprire un angolo di campo  molto ampio  ma hanno la caratteristica di allargare l’immagine e di  distorgerla le ai lati e di curvare molto facilmente le linee se non si sta attenti a inquadrare dall’esatto punto di mezzo della scena .

 

Un obiettivo da 24 mm come si legge chiaramente sul corpo
Un obiettivo da 24 mm come si legge chiaramente sul corpo

Per ragioni di progettazione delle lenti , inoltre , la profondità di campo di un grandangolo è estremamente accentuata e si riesce ad avere immagini “ profondamente a fuoco” anche a diaframma 5,6.

 

 

Questo gioco prospettico è favorito dalla proprietà tipica di un obiettivo grandangolare
Questo gioco prospettico è favorito dalla proprietà tipica di un obiettivo grandangolare

 

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Il grandangolo ampliando le prospettive può creare sproporzioni

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L’obiettivo 50 millimetri, o la lunghezza focale 75mm nelle moderne macchine digitali APS. riporta linee e prospettive come si vedono normalmente, tant’è che è detto “normale”. Dall’altra lato  del “normale” comincia la gamma dei teleobiettivi, il loro uso più intuitivo sarebbe quello della caccia fotografica o dello sport, ma ogni particolare distante dal punto di ripresa, sia esso un dettaglio su un monumento o un gruppo di persone che si muove in un panorama, oppure ogni ritratto classico  è effettuato col teleobbiettivo. Tale strumento ha la capacità di  “ comprimere i piani”. Pensiamo soltanto ad una immagine di caccia fotografica o di fotografia sportiva, e con un po’ di osservazione notiamo che lo sfondo sembra appiccicato al soggetto. Questo fenomeno cresce col crescere della lunghezza focale.  Il lato negativo del tele, però, è la scarsa profondità di campo anche a duaframmi  superiori ad 8 , inoltre per ragioni di progettazione sono spesso molto più lunghi del 50 millimetri ed anche più pesanti, quindi la velocità di otturazione “di sicurezza” del 1/60 non è più cosi sicura.

Classico esempio di sfocatura con lente teleobiettivo, in questo caso 500mm a specchio
Classico esempio di sfocatura con lente teleobiettivo, in questo caso 500mm a specchio

Regola empirica ma efficace, infatti, è quella per scattare a mano libera  di non scendere oltre al tempo il cui numero si avvicina di più alla lunghezza focale. Ho a disposizione un obbiettivo  180mm non scatto a velocità più basse di 1/125, ho a disposizione un 300mmi non scatto a velocità più basse di 1/250.

Indubbiamente lo zoom ha il vantaggio di riassumere in un solo obiettivo più di una lunghezza focale, un 28-80 mi consente di scattare a 28mm, a 35mm a 50mm ed anche a 80mm, che potrebbero essere quattro obbiettivi fissi, inoltre ho a disposizione tutte le lunghezze intermedie. Lo svantaggio, mitigato come vedremo nelle fotocamere digitali,sta nel fatto che gli zoom professionali sono più luminosi ma molto più  costosi degli obiettivi fissi, e quelli a meno costosi non hanno aperture di diaframma sufficienti per ogni situazione, un’apertutra massima di 3,8 oppure 4,5 rischia di pregiudicare una foto appena le condizioni di illuminazione non sono più ottimali.

© Federico Tovoli Photojournalist

THE ANDEAN PRIEST. QUEHUE.PERU / ENGLISH

Once i got in the lost village of Quehue, it was no easy job to find the Andean priest that, with the help of two more guys, was supposed to ask the Holy Ghosts of the Mountain (the “Apu”) for their protection on the rebuild of the Q’eswachaka Bridge. I found a motorcycle as my last hope and i got up to a “comunidad campesina” that was placed at 4000 meters above sea level and where this guy was living, in a farm apart from the village; there i had to be taken there by his daughters, to wait on his doorstep (needless to say that cellphones do not perform so well up there). Continue reading